21.8.11

LostInTranslation(DiOrienteDiParole&DiNostalgie)



(...)
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso
(Giuseppe Ungaretti)








Eccomi qui, in un agosto trascendentale come solo certi agosti sanno essere.

Stavo scrivendo una mail, e come sempre non sapevo da dove cominciare per rispondere alla domanda più normale e difficile del mondo: “come stai?”. 
Poi però all'improvviso le parole sono arrivate, tutte insieme. Non riuscivo più a fermarle. E tutte insieme rispondevano e dicevano esattamente come sto. 
Certe parole hanno un tempo di lievitazione, non puoi levarle dal forno prima che siano cresciute. Ma una volta pronte rimangono lì, concrete e semplici come un biscotto appena sfornato.
Quando trovo in questo mio silenzio una parola...
Tra pochi giorni è il quarto compleanno di questo blog, e quindi “come sto” lo racconto anche a voi, miei lettori gentili. Probabilmente non ve ne frega niente, forse volevate solo biscotti, ma, così è la vita, vi tocca la risposta alla domanda più normale e difficile del mondo. Eccola, dunque (chi cercava biscotti è stato sfortunato, tanto vale dirlo subito).

Come sto? Bene, grazie.
Questa è la risposta corta. Taglia via tante cose, ma sintetizza egregiamente il bilancio generale. Vivo in una bella città, c’è il mare, faccio un lavoro che mi piace, vado in bicicletta, sperimento cose nuove e scopro ogni giorno un pezzo di me, o un pezzo di qualcun altro, o un pezzo di me insieme agli altri, o un pezzo di qualche saggezza sperduta qua e là che vado raccogliendo poco a poco, imparando. Ricominciando.
Bene, quindi.

Ma a volte è dura. Oramai sono qui da un anno e mezzo, e comincio a raccapezzarmi davvero solo adesso.
Cambiare città, paese, lingua - anzi lingue, qui c'è anche il catalano -, lavoro, stile di vita, amici, suoni, odori, ritmi... be’, è una roba impegnativa.
Quando sono partita non avevo ben chiaro quanto sarebbe stato difficile. Bello, ma difficile. Pensavo che bastasse la voglia di partire, che bastasse sapere la lingua, che bastasse essere pronti, che bastasse essere stufi. Non basta.

Mi capita a volte di sentirmi sola, di una solitudine strana, mai provata prima. Il grado zero della solitudine. Forse è una questione di distanze: la mia città è dietro l’angolo, ma la mia vecchia vita è lontanissima e qui faccio i conti con me stessa. Imparo a conoscermi, a scoprire come sono senza Roma, Trastevere, il motorino, gli amici di sempre, la famiglia, la pizza al taglio, la politica italiana, tutto quello in cui sono cresciuta. Scopro come sono senza niente intorno.

Mi mancano, a volte, i modi di dire, di fare, persino di gesticolare. Modi che mi sono così familiari che quando non li trovo più mi sento lost in translation. Modi di scherzare, anche. Per quanto bene possa parlare lo spagnolo, non sarò mai in grado di esprimermi come nella mia lingua materna. Lingua che esercito da 34 anni. Che perfeziono giorno dopo giorno. Che arricchisco, coltivo, curo. Si chiama materna perché è solo una. Le altre sono lingue che entrano nella tua vita, a un certo punto. E che a volte ci rimangono. Ma che non avranno mai un ruolo da protagoniste. E per me che con le parole ci vivo (e ci lavoro), per me che l'ironia è parte essenziale del mio modo di comunicare e di essere, a volte è proprio dura. Essere divertenti in spagnolo non è facile!
Non è facile neanche essere tristi: se voglio comunicare un'angoscia profonda, o un semplice spleen passeggero, mi ritrovo a dover fare esercizi di giocoleria espressiva con quattro aggettivi striminziti... E tutto diventa bianco o nero, sono triste o sono allegra, al massimo annoiata. Yin Yang in salsa iberica.

Ci sono liste intere di parole di cui sento la mancanza. E no, non sono tutte sostituibili, o, peggio, traducibili. Certe parole, certe espressioni, certe maniere di muovere le mani rimangono lì: lost in translation.
Quelle parole sono la storia del paese dietro l’angolo ma a volte lontanissimo che ho lasciato un anno e mezzo fa. Sono la mia storia. La storia della persone con cui sono cresciuta, del quartiere che ho abitato, delle cose che ho mangiato, dei cartoni animati che ho visto, delle canzoni che ho ascoltato, della scuola che ho fatto, della vita che ho avuto.
  
La traduzione è un’arte sublime ma approssimativa. Probabilmente è una leggenda, ma la storia degli eschimesi che usano non-so-quante parole-diverse per indicare quello che noi chiamiamo semplicemente neve rende bene l’idea. Credo. 
O forse no.
Forse questo lost in translation è semplicemente il mio modo di soffrire la nostalgia. Diavolo, la nostalgia la capisci davvero solo quando sei davvero lontana. Nun c’è niente da fa’.

Per gli esiliati si parla di “disorientamento nostalgico”:
Molto spesso le persone in esilio soffrono di un “disorientamento nostalgico” rispetto a qualcosa che hanno perso ma che non sapevano di possedere e che riguarda gli elementi costituenti il proprio mosaico identitario. Gli elementi che costituiscono questo mosaico, oltre al senso di casa, sono il fatto di appartenere a un paese e che quel paese esista, di appartenere a un certo gruppo linguistico e di essere abituati a certi suoni, di appartenere a un certo paesaggio e ambiente geografico, di essere circondati da tipi particolari di forme architettoniche, nonché di vivere all’interno di uno spazio permeato di determinati odori e sapori. Tutte queste cose fanno parte del senso primario della vita umana e possono essere considerate un dato fondamentale.

Noi non esiliati ce la passiano molto meglio, devo dire. Per cui non mi lamento. Ma il disorientamento nostalgico esiste, eccome.
E quando mi chiedono “come stai?” a volte vorrei proprio dire “disorientata, grazie”.
Che non vuol dire infelice, che non vuol dire pentita, vuol dire solo che ogni tanto perdo la strada di casa, quella nuova, e che a volte mi manca quella vecchia. La mia vecchia casa, poi, si trova proprio a Oriente di dove sono ora. 
Dis-Orientata, allora, come definizione “ci sta tutta”, fatemelo dire (in italiano - anzi in romano - gracias).


LIEVITI E PAROLE
250 grammi di farina
125 grammi di burro
Un vasetto di yogurt 
1/2 bustina di lievito
Un pizzico di sale
Zucchero a velo
Marmellata o Nutella o miele per farcire

Che poi questa sarebbe la ricetta dei cornetti allo yogurt di Anna Moroni, l’inossidabile signora de La Prova del Cuoco. Ricetta che io vidi in televisione tanti anni fa, quando ero ad Oriente di qui, e che da allora ciclicamente ripropongo, in ogni punto cardinale in cui mi trovo. Perché è buonissima e resultona, come dicono qui (aggettivo utile ed espressivo che noi non abbiamo - il lost in translation vale nei due sensi - ma che comunque vuol dire che ti fa fare bella figura con poco o nessuno sforzo). E poi, lettori gentili, se siete arrivati a leggere fino a questo punto, malgrado la filippica trascendentale che vi ho appena appioppato, i biscotti ve li siete proprio meritati.

Faccio sciogliere il burro a a bagnomaria e lascio raffreddare. Mescolo la farina con il lievito, il burro fuso, lo yogurt e un pizzico di sale e lavoro brevemente l’impasto fino a ottenere un composto omogeneo (se uso il mixer ci vorranno una manciata di minuti al massimo). Con l’impasto formo una palla che faccio riposare circa 10 minuti. Accendo il forno a 180 gradi. Intanto stendo la sfoglia con il mattarello, creo un cerchio e ne ricavo 8/10 spicchi a forma di triangolo. Farcisco la base del triangolo con marmellata o Nutella o miele (o miele e noci o Nutella e farina di cocco o nocciole o quello che vi pare, sono resultoni con praticamente tutto). Arrotolo partendo dalla base e formo un cornetto. Cuocio per circa 20 minuti. Lascio raffreddare e spolverizzo con zucchero a velo.

Questi cornetti sono buoni e facili e in più usano un impasto neutro, per cui si possono fare anche salati, con formaggio, con prosciutto cotto, con funghi... anche qui, con quasi tutto. Ma non metteteci lo zucchero a velo.


Playlist intraducibile
Ligabue - Ho perso le parole





19 commenti:

  1. Laura, mi credi se ti dico che ti stavo scrivendo per chiederti "come stai?"
    Ora lo so, anche se leggerti mi ha fatto venire qualche brividino e qualche lacrimuccia era lì lì per.
    Voglio venire a trovarti, sul serio, ho una gran voglia di conoscerti "dal vero", perchè leggendo "cuocaprecaria" assiduamente un pochino penso di conoscerti.
    Un bacio grandissimo dalla tua fan N.1

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  2. E scoprire che sto esattamente come te. Ti leggo per la prima volta, è stato come leggermi dentro.

    Sono via da Roma da ormai 19 anni. E la nostalgia non passa, anzi.

    Un caro saluto
    Alex

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  3. darling, come descrivi bene la situazione del migrante. migrante all'estero, poi, mica pizza e fichi (esiste questa in spagnolo?). qui dall'Italia c'è un sacco di gente che fa il tifo per te, che si sente vicina a te in questo non luogo del web, in cui dietro ci sono persone che si spostano e vanno qua e là e imparano lingue e modi di dire diversi ma che leggendoti ritrovano se stesse, e trovano te che sei preziosa e bella. nzomma, ho fatto un papocchio per dire che quando vuoi anche io sono lì. un bacio!

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  4. Ho ritrovato questo blog nell'intruglio a volte inutile dei "social network", grazie a Lydia.
    E accidenti, a un anno dalla mia partenza per Parigi le sensazioni sono quelle: il lavoro c'è, la lingua pure,la città una meraviglia, faccio cose e vedo gente.
    Ma qualche sfumatura di espressione si perde, qualche cosa resta indietro un po' come in cartolina, insieme a Genova.

    abbracci :)
    Annalisa

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  5. Laura, sei sempre tu assolumatemente "attachante" (ecco non so' tradurlo in italiano ;-)
    Non so' se ringraziarti per l'emozione o la lucidità. Hai toccato un tasto.
    Un abbraccio forte forte

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  6. Wow.
    Grazie.
    Questi commenti sono meravigliosi.
    Sul serio. E tutti così reali.
    Forse davvero ho toccato un tasto, forse emigriamo sempre tutti, anche quelli che restano. Forse le parole a volte le perdi anche rimanendo a casa. Ma, forse, a volte ne trovi di nuove, e più belle.


    @Lydia: fan numero 1, a questo punto è ufficiale: ti aspetto! Pensa che bello, mi porto la tzatzikiacolazione a mangiare tapasamerenda. Dai dai!

    @Alex: grazie, che bello. Ah no, la nostalgia non passa? Maledetta canaglia! :)

    @Mariachiara: sei sempre così cara, grazie! Macché papocchio, hai sfornato un complimento che ci mando avanti l'autostima almeno per un mese!

    @Annalisa: Parigi ci credo bene che è una meraviglia. Magari è così bella che quando ti senti nostagica ti senti anche un po' in colpa... Come se fosse talmente bella che non si possa rimpiangere più nulla.

    @Edda: "attachante" è fantastico, lo adotto! Un abbraccio a te.

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  7. Grazie per questo post. Davvero. Io ci ho fatto l'abitudine alla nostalgia e al disorientamento, a quella voglia di voler essere qui, ma anche li', sapendo bene di non poter vivere nel mezzo. E una volta che la strada l'hai intrapresa non puoi piu' tornare indietro. Perche' qualunque scelta farai - restare, tornare, tornare, restare - sara' comunque una rinuncia. Se ti fa stare meglio, o meno disorientata, ti dico che io, dopo 11 anni di dubbi, posso dire di sentirmi finalmente a casa, nonostante la lingua, nonostante la pizza e nonostante l'oceano che sta in mezzo.

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  8. Mi dispiace deluderti, ma davvero la nostalgia non passa e il disorientamento resta. Va a far parte di te, del tuo modo di essere - o non essere.
    Il colpo grande arriva quando quella che è sempre stata per te "casa" ad un certo punto cessa di esistere (perché diventa di qualcun altro).
    E allora ti arrocchi nella posizione attuale e ti accorgi che quella nel frattempo e suo malgrado è diventata "casa".
    Il 30 agosto sono ad Amsterdam da 26 anni. Ogni anno ricordo la data, un po' con nostalgia, ma sempre con spavalderia: guardami, sono un fiore!

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  9. Che la terra di nessuno tra una parola e la sua traduzione ti porti sempre bellissime sorprese!

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  10. arrivo anche da FB. Sono romana de Roma, e mi sono trasferita in Francia a Strasburgo da 2 anni e mezzo. Da tempo volevo scrivere un post del genere, ma non ci sono ancora riuscita, mentre tu hai saputo descrivere alla perfezione queste sensazioni che si vivono da emigrante e che condivido. E che non so speigare a chi mi chiede come sto, perchè sembra sempre che ho mi piace tanto vivere qui o non mi piace affatto, mentre tutto sta nelle sfumature, difficili da far comprendere.
    Amo molto Barcellona, e non immaginavo che quello che provo io qui si potesse provare anche lì ;-)
    I biscotti allo yogurt della Moroni sono un must anche a casa mia.
    Baci!

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  11. io non ho migrato da nessuna parte ma credo che per chi lo ha fatto sia una nostalgia che spesso stringe il cuore.....
    a me la nostalgia prende dopo 15 giorni che sto via, ma la mia è sicuramente una banale nostalgia in confronto a tutte voi belle migranti, forza e un abbraccio a tutte cominciando dalla padrona di casa .

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  12. cipì.
    Eccomi.
    Mi mancavi.

    Io questa nostalgia l'ho provata, ma del tutto destabilizzata dal fatto di vivere non in una città "normale" con una vita "normale" ma in una situazione surreale e un zinzino astratta quale è il lavoro in un villaggio turistico, dove vivilavorimangidormiami sempre nello stesso luogo, in una sorta di prigione dorata, mentre il mondo vero, là fuori, respira forte senza di te.
    Ora che sono fortemente radicata in pianura padana, sento la nostalgia della mia vita dominicana, della mia famiglia allargata di amici e colleghi, dei ritmi lavorativi allucinanti, del mare a portata di respiro, dei tropical storms, perfino della bachata!

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  13. Hai ragione cara...ringraziamo internet che abbatte un po' le distanze...mi viane da pensare a come facevano i miei poveri zii emigrati in Francia quarant'anni fa, con solo qualche rapida telefonata e qualche lettera come aiuto contro la nostalgia!
    Coraggio...anche se non siami i vecchi amici di sempre siamo qui per te!
    Baci
    laura

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  14. E come posso non aggiungere il mio commento a questo post???

    Io, Tiltblogging o linguina o puoi chiamarmi semplicemente anche Giorgia, romana fino all'ultima molecola ma a londra da 6 anni posso dire di capirti in pieno! Ho impiegato piu' di 3 anni a trovare un equilibrio nel disorientamento di cui parli e forse e' proprio dopo 3 anni che ho iniziato a poter anche scherzare ed esprimermi al 100% per quella che sono anche in inglese. Non che dopo 6 anni mi senta assolutamente stabile e forte nelle mie convinzioni, ma sicuramente sto molto meglio.

    Grazie per questo post che riesce ad esprimere perfettamente cio' che tutti noi condividiamo qui.
    Posso dirti che in passato ho vissuto anche un anno a Madrid, che pero' e' ben diversa da Barcellona e Londra, meno multiculturale e per certi versi piu' facile: li sei spagnolo che tu lo voglia o no dopo due giorni...a Barcellona non credo e a Londra manco dopo 6 anni.

    Bene, immagina a che soglia di disorientamento e sensazione di solitudine possa essere arrivata io qui a Londra, dopo un'esperienza meravigliosa come quella spagnola ed una citta' natale cosi rumorosa e calda come Roma. La nostalgia che tu senti, qui si sente ancora di piu', con tanti pro che la citta' ha, ma anche con un clima tra i piu' miserabili.

    Basta non te la sto a fare lunga...volevo solo dirti grazie, offrirti il mio totale appoggio, conforto e tutta la mia solidarieta' e dirti che se mai passi per Londra, sarei felicissima di conoscerti, perche' se una cosa qui l'ho imparata e' quella di cogliere qualsiasi occasione per conoscere gente, sopratutto se con simili interessi, ma anche assolutamente diversa per crescere, capire e arricchirsi. Io cosi ho combattutto quella solitudine che senti!

    Un besazo guapa y hasta pronto!

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  15. uno dei motivi per cui non ho "fatto il salto" di trasferirmi all'estero era perché in fondo temevo di provare a lungo, e magari senza molte altre contropartite, quel grado zero di solitudine che, pur nella felicità e nell'entusiasmo vero di un'esperienza cercata e voluta, provai ai tempi dell'Erasmus a Londra. Certo che è normale essere disorientata.. però mi sembra che tu tenga botta molto bene! intanto questa ricetta dei cornetti allo yogurt mi sembra davvero una genialata e me la segno per il mese prossimo, diciamo, quando si spera che a Milano non ci saranno più 37 gradi e afa in quantità. bacioni

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  16. Hola guapisímos!
    Ammappate... quanti commenti!
    E che commenti, poi.

    Sto pensando ad una risposta, perché avete sollevato parecchie questioni interessanti e temo di non potermela cavare solo con un hola guapos.

    Intanto però volevo rassicurare tutti: sto bene e in salute! CuocaPrecaria ad agosto ha la fase trascendentale, a quanto pare... E i 400mila gradi all'ombra e il 300% di umidità di Barcellona di questi giorni probabilmente non aiutano. Ma grazie davvero per il supporto, che carini!

    Mentre penso ad una risposta, incollo qui alcune righe della mail di un caro amico filosofo, righe che spiegano molto meglio di quanto non faccia io dov'è l'Oriente. Io le ho trovate bellissime.

    Un abbraccio orientale a tutti,
    CP

    la piccola fenomenologia del disorientamento che tracci è efficace e davvero carina, uno dei miei vati (Cacciari) usa spesso il concetto di oriente come lo usi tu: prima che luogo fisico, luogo dello spirito che 'orienta', offre direzione all'anima; e un pò ti capisco, almeno nella variante del sentirsi 'dis-orientati' anche a casa propria.

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  17. Ma quanti blogger italiani sparpagliati per il pianeta ci sono? Questa invasione di byte tricolori che zampetta qua e là per il globo la trovo fantastica.
    Ma leggendo i vostri commenti (e soprattutto certe mail preoccupate di alcuni amici!) ho scoperto anche che CuocaPrecaria ha un lato melodrammatico, stile telenovela brasiliana, di cui non è pienamente consapevole... sembro naufragata in una nostalgia senza rimedio e vittima di misunderstanding linguistici.
    Ma no, io sto bene qui! Sono andata via dall'Italia per una mia scelta, voluta, voluta, fortissimamente voluta. I cervelli in fuga (non necessariamente geni, come nel mio caso!) SCELGONO di andarsene. Probabilmente ci si sente anche "costretti" a partire per poter fare altrove quello che l'Italia, in questa nostra triste fase storica, ti rende difficile. Ma è comunque una scelta, non più nobile o meno difficile di chi sceglie di rimanere.
    Anche sul lost in translation mi sono espressa forse male, nella mia tanto decantata lingua madre! Lo spagnolo non è proprio un problema (semma il catalano!) e anzi a volte, quando non trovo nient'altro di cui lamentarmi, un po' mi scoccio di non avere l'irresistibile accento italiano quando parlo spagnolo... Qui mi scambiano spesso per una della Castilla profonda. Un po’ pochino come fascino esotico!
    Volevo dire che la lingua è parte della tua storia, che i riferimenti culturali e sociali spesso sono diversi e che vivendo fuori (di testa?) ti manca quel humus comune che arricchisce la comunicazione, che la rende più fluida, più complessa.
    E per il grado zero della solitudine: è vero. Essere te senza niente altro intorno, senza Oriente, è dura! E io avevo talmente tanta voglia di partire che a questo, semplicemente, non avevo pensato... Ma che sia dura non toglie nulla ad un'esperienza incredibilmente intensa ed emozionante. Anzi.
    Ma forse per chi è lontano e ti vuole bene, leggere nostalgia+lost in translation fa pensare al dolore. E, come diceva giustamente FrancescaV nel suo commento, a volte diventa difficile spiegare come stai, perché sembra che stai benissimo oppure malissimo. E invece stai bene anche se a volte ti manca l'Oriente. E sei triste. E a volte stai bene anche quando sei un po' triste.
    Ma poi non è così la vita, sempre, anche per chi rimane?
    La nostalgia quando vivi all'estero è parte del pacchetto, non la puoi evitare. Ma a me poi, in fondo in fondo, la nostalgia piace. Altrimenti di cosa scriverei in un afoso e trascendentale pomeriggio di agosto?

    E poi per tutto il resto, ci vuole tempo. Acclimatarsi. Lasciare che le cose vadano.
    Il mio errore è che non mi concedo mai troppo tempo. Sto sempre lì, con il cronometro, arcigna, a misurare se le mie emozioni sono adeguate a quello che sto vivendo, se quello che sto vivendo va bene per me, se tutto va come deve. E se va, dova va?
    Che palle.
    Me lo scrivo qui, a mo' di promemoria: prendi la cosa con calma. Prendi la cosa con calma. Prendi la cosa con calma.

    Perfetto, vi ho appioppato un altro pistolotto. E stavolta non ci sono neanche i biscotti. Non ho scuse. Facciamo finire l'agosto trascendentale. Poi prometto lustrini, pailletes e giochi di magia.
    Sarà un grande settembre.
    CP

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  18. Con le parole ci lavori,dispiace che lì tu non riesca a far capire come ti senti..perchè a noi, invece, è giunto tutta questa nostalgia parlata dal tuo cuore. Non posso fare altro che abbracciarti! :)

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  19. Laura, era una vita che non passavo a leggerti, mannaggia a me, ed ora ho i brividi. Come vorrei saper esprimere quello che provop come te, in italiano, barese, napoletano o romanesco :)
    Io ora sono trasferita qui a Roma ri-emigrante a corto raggio, non c'è paragone col cambiare paese, ma la cosa da ridere è che si può essere lost in translation anche tra modi di dire e dialetti locali :)

    Un abbraccio grande!!!

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