30.12.09

VersoSaturno


Non penso mai al futuro. Arriva così presto.

(Albert Einstein)


Ci siamo, il 2009 è pronto a rotolare in un cassetto impolverato insieme alle mutande rosse che userete a capodanno. E voi, lo so, vi starete già domandando come sarà il nuovo anno. Eccolo qui.


Il 2010 sarà l’anno più caldo di sempre, a sentire gli scienziati, e sarà l’anno peggiore per la vendita di auto. Andremo a piedi sotto un sole bollente. Ma sarà anche l’anno delle riforme, almeno così dice il nostro premier, e l’anno della Biodiversità (ma noi quella la celebriamo da anni, votando il nostro premier). Il mercato dei chip sarà in ripresa (contenti, eh?) e sarà l’anno degli eretici digitali, qualunque cosa siano. Sarà l’anno della tigre, dell’e-book e del cinema in 3D. Tecnologici quindi, pure nella giungla. Il 2010 sarà anche l’anno della svolta, dicono, ma non abbiamo capito quale.

Per gli arieti come me, e per i leoni e i sagittari, sarà l’anno di Saturno, contro. Ma pare che non sia così negativo: il buon vecchio Saturno aiuterebbe a chiudere vecchi cicli, e a sperimentare. Olè. I tori saranno rilassati e affascinanti, le vergini conosceranno le rivoluzioni dell’anima, i capricorni sperimenteranno nuove armonie, i gemelli saranno rimpinzati di amore, i bilancia saranno creativi, gli acquari instabili ma pieni di emozioni, i cancri sperimenteranno il successo, gli scorpioni saranno fortunati, i sagittari ottimisti e i pesci fluidi, spericolati e sorridenti.

Sarà poi l’anno della raccolta rifiuti porta a porta e del turismo verde. Speriamo davvero. Sarà l’anno europeo della lotta alla povertà ma sarà anche l’anno del Milan, che povero non è ma fa venire un po’ voglia di lottare (contro, come Saturno). Sarà il bicentenario della nascita di Chopin, quindi il 2010 è anche il suo anno. Mentre ascoltiamo un notturno del Maestro, ricordiamoci che sarà anche l'anno della lotta all'obesità, perciò piano col cotechino. Sarà l’anno della formazione e l’anno della Cina in Italia. Per comodità formativa suggerisco quindi un corso di cinese. Sarà l’anno del turchese, dovevo dirvelo. E sarà l’anno di Android, che non vi preoccupate non sono gli alieni ma è un sistema operativo targato Google per gli smartphone, cioè i cellulari intelligentissimi (e anche questo non potevo tacervelo). A proposito: il 2010 sarà l’anno dei micropagamenti con il cellulare, così stiamo comodi, ma sarà anche l’anno del lusso, che con i micropagamenti ha poco a che vedere.

Il 2010 insomma sarà l'anno di un sacco di cose, speriamo anche di qualcosa di giusto.


Per me il 2010 sarà l’anno del coraggio, della dolcezza, della forza. Sarà l’anno del sorriso, delle unghie laccate di rosso ciliegia e dei libri gialli. Del viola che chi l'ha detto che porta sfiga e dei ciclamini bianchi che non muoiono mai, anche se non hai il pollice verde. Degli amici veri, dei viaggi, dei cambiamenti. Della calma, della voglia, delle parole. Del radicchio, della mela e della musica. Del movimento, della luce, del mare.

Sarà l’anno dell’amore, come ogni anno, come sempre. Ogni anno è buono per amare un po’ di più.

Buon anno!


26.12.09

BuonTemponi


A questo mondo bisogna essere un po' troppo buoni, per esserlo abbastanza.
(Pierre de Marivaux)


E anche questo natale ce lo siamo tolto di torno. Ci manca solo capodanno e poi possiamo stare tranquilli fino ad almeno carnevale, senza obblighi mangerecci, festaioli o altrimenti gioviali.
Ancora qualche giorno e potremo smettere di augurare ogni bene a commesse, passanti, amici lontani, vicini di casa e baristi.
Ancora un piccolo sforzo e finalmente finiremo di distribuire baci come attori sul red carpet e di sorridere ecumenicamente come un Papa (prima di essere steso al tappeto).
Pochi giorni di pazienza e torneremo a mangiare meno di 14.500 calorie al giorno. È quasi fatta, dai.


Devo però fare una confessione: dopo 31 anni passati a bofonchiare di come mi deprimono le feste obbligatorie, allo scattare del trentaduesimo natale mi sono avviata al cenone del 24 trotterellando e colma di un’insolita allegria. Ed eccomi lì tutta contenta di sedermi a tavola con la famiglia, fare brindisi, ascoltare Julio Iglesias (mia madre è una fan sfegatata: non riusciamo ad avere un Natale senza “Se mi lasci non vale” neanche a pagare), mangiare salmone e scartare regali. Invecchiando divento morbida, mio malgrado. Buona, sorridente e inopinatamente ottimista. Mi sto quasi preoccupando.
Per la prima volta nella mia vita, poi, non ho recriminato sui regali, il che per me è un record, essendo sempre stata afflitta da una rara sindrome che prevede una perenne insoddisfazione per i doni incassati, come se il mondo non capisse che quello che volevo era altro. Cosa non si sa, ma il regalo ricevuto mi lasciava sempre insoddisfatta, incompresa e malmostosa. Ora invece apprezzo, capisco, mi sento capita. Scarto regali canticchiando la valigia sul letto è quella di un lungo viaggio e sorrido con aria ebete. Credo di essere vittima di una strana congiuntura astrale che prevede Giove in volemose bene in quadratura con Plutone peace&love e Venere che tutto ama e comprende in decima casa. Ho l’ascendente in cioccolato e il quadro astrale di Minnie. Mi faccio quasi paura.
Approfittatene finché dura. E regalatemi quel che volete.

SE NON MANGI NON VALE
500 grammi di ricotta
100 grammi di gocce di cioccolato
150 grammi di zucchero
4 cucchiai di farina
4 uova
scorza di 1 limone
1 pizzico di sale
2 cucchiaini di essenza di vaniglia

Poiché siamo in vena di dolcezza - e comunque fino al 7 gennaio non riusciamo a scendere dalla soglia delle 14.500 calorie giornaliere - contribuiamo a rendere questo mondo un posto migliore a colpi di ricotta, cioccolato e regali. La ricetta della torta la copiate da quella di Tulip, io come lei suggerisco di non aggiungere uvetta e propongo inoltre di aspettare almeno mezza giornata prima di mangiarla. È una di quelle torte che hanno bisogno di indugiare in frigo per dare il meglio di sè. Alcuni per rendere al massimo e diventare buoni devono attendere 32 anni. Altri non ci arrivano mai, ma gli vogliamo un po’ bene lo stesso - almeno finché dura la congiuntura astrale. Se la mettete in uno stampo di silicone viene lucida e bellissima, oltre che buona.
In quanto ai regali, un pensiero è per sempre (almeno finché non viene riciclato).
Meglio comunque riciclare un po’ di bontà, rimane in circolo e non offende il donatore.

Playlist non valida
Julio Iglesias – Se mi lasci non vale

23.12.09

C'èPostaPerLui



A very Merry Christmas
And a happy New Year
Let's hope it's a good one
Without any fear.
War is over, if you want it
War is over now.
(John Lennon)








Carissimo,
sono sempre io.

Come butta da quelle parti?
Qui il Natale non si sente più molto, se non fosse per il traffico, i regali inutili da comprare e da ricevere, la pubblicità dei pandori, il colon irritabile e quella vaga sensazione di stordimento che ti coglie alle cinque di pomeriggio, così, senza un perché.
E no, non siamo meno precari. Anzi. Quindi vedi che poi fa'.

Rendici anche un po’ più buoni, o se proprio non ci riesci almeno facci un po’ meno ipocriti, meno piccoli, meno stanchi. Ma anche meno politically correct, che palle. Dacci di nuovo la voglia di sorridere, ricordaci che è bello dire cose belle agli altri, non solo criticare. Insegnaci a farci più complimenti, anche quando pensiamo che siano ovvi. Non lo sono. Regalaci la capacità di ascoltare ma anche la voglia di raccontare. Invitaci a parlare con il cuore, ma non farci dimenticare la bellezza del silenzio. Portaci la voglia di viaggiare, fuori e dentro di noi. Dicci come coccolare gli amici e perdonare tutti gli altri. Mettici musica, facci ballare. Cucinaci cose buone. Riportaci le favole ma manda via gli orchi, le belle addormentate, i brutti troppo svegli, i re nudi, i cortigiani vestiti a festa, i draghi, i Suv, le mafie, i furbetti, l’ignoranza, la paura, la mediocrità e quasi tutto il palinsesto televisivo.

Queste sono le mie semplici richieste. Se non puoi esaudirle tranquillo, ma sappi che vengo su e ti buco le ruote della slitta.
E buon natale.

ROCK YOUR CHRISTMAS
Pandoro
Gelato
Cioccolato fondente (opzionale)

Senti Babbo dimenticavo, è proprio indispensabile il pandoro, non c’è un altro dolce tipico che possiamo mangiare? Come dici, hai un contratto di esclusiva con la Bauli?
Occhei, vada per il pandoro anche quest’anno. Ma almeno ci mettiamo dentro il gelato e lo vivacizziamo un po’, se non ti spiace.
Lavoro il gelato (nei gusti che preferisco, ma normalmente si usa crema e/o cioccolato) in una ciotola fino a renderlo cremoso. Taglio il pandoro a fette orizzontali e farcisco ogni fetta con il gelato. Ricompongo il tutto e lascio in freezer un paio d’ore. Al momento di servire posso accompagnare con cioccolato fondente fuso.
Sono 1000 calorie al grammo, ma per quanto mi riguarda non ho chiesto a Babbo Natale di essere più magra. Con la panza che si ritrova non vorrei offenderlo…
La guerra è finita, almeno per me, statemi bene.

Playlist la guerra è finita (se vuoi)
John Lennon - Happy Christmas (War Is Over)

13.12.09

PensavoFosseAmoreInveceEraUnoStage


Una donna è una donna fino al giorno in cui muore. Ma un uomo è un uomo solo finché ci riesce.
(Moms Mabley)



Si stava meglio quando si stava. In un modo qualunque, ma almeno si stava. Prendi gli anni 60, per esempio: i Beatles cantavano, si mangiava l’arrosto la domenica, si trovava un lavoro e ci si sposava. Noioso forse, borghese probabilmente, ma ah così rassicurante. Oggi John Lennon è morto, Paul Mccartney è impegnato a gestire le sue ex mogli, l’arrosto è fuori moda, il posto fisso è diventato mobilissimo e il matrimonio è ancora troppo borghese. Bisogna aggiornarsi.

La precarietà ha contagiato tutto, anche l’amore. Ci si molla e ci si prende con la stessa flessibilità con cui si licenzia un co.co.pro. Le coppie sono diventate a progetto, che non vuol dire un progetto di vita ma un rapporto di collaborazione a termine senza obbligo di preavviso in caso di recessione di una delle parti. Ci si mette insieme in formula stage, vediamo come va e in caso rinnoviamo per altri sei mesi.
Gli uomini nel frattempo sono in crisi come l’economia mondiale. Terrorizzati e tremebondi propongono a donne sempre più perplesse formule estemporanee di rapporto, perché la vita è lunga e non puoi mai sapere che succede domani. Se dopo svariati rinnovi di contratto la controparte timidamente suggerisce di passare almeno ad un tempo determinato con obbligo di preavviso, nicchiano, fingono strani malori, si iscrivono a un torneo di calcetto con allenamenti giornalieri e dopo poco spariscono, si smaterializzano con un sordo pof, lasciandoti un calzino sporco sotto il letto, il saggio storico che leggono da 3 anni sul comodino e un carica batterie del cellulare (che non è neanche compatibile con il tuo).
A volte poi si smaterializzano anche senza che la controparte proponga un passaggio di status. Semplicemente annusano l’aria come vecchi marinai prima della tempesta (ormonale), capiscono che lo stage va avanti da troppo e scompaiono per sempre nella nebbia prima che tu riesca a dire “ti noto strano ultimamente”.
Una volta conobbi un tipo che quando sentiva che una relazione stava diventando seria era colto da attacchi di panico. Te lo ritrovavi steso sul letto, cianotico, che si tastava il cuore convinto di avere un infarto, dimentico di essere un medico e quindi in grado di distinguere un attacco di cuore da una botta di ansia. Era seriamente convinto che sarebbe morto da un momento all’altro. È ancora vivo, state tranquilli. Solo, non fateci affidamento.
Altri sono meno fantasiosi, ma comunque esilaranti.
C’è l’innamorato cronico, quello che ti vede, rimane estasiato, ti chiede in sposa dopo 2 ore, giura che non si è mai sentito così prima e ti promette amore eterno fino a quando non vede un’altra, rimane estasiato e la chiede in sposa dopo un’ora e mezza (con l’allenamento i tempi si riducono).
C’è l’immancabile Peter Pan, un genere sempre in voga, che a 38 primavere suonate ancora non si sente pronto a impegnarsi, e alla sua paziente controparte che lo aspetta da anni dice “non sono sicuro di conoscerti ancora fino in fondo”. Be’ del resto, ogni essere umano è un mistero senza fine, come biasimarlo.
C’è lo scapolo impenitente, tra i 40 e i 50, brizzolato, con la moto, ogni anno un viaggio esotico, una manciata di tatuaggi, innamorato solo del suo cane e del suo lavoro, che ti sussurra “bambola il mio cuore è uno zingaro, ma forse con te potrei cambiare”. Bambola, lui non cambierà, fidati.
C’è l’intellettuale, occhiali di tartaruga, giacche di velluto, bicicletta, casa in centro storico arredata con studiata trasandatezza ed ore ad ascoltarlo mentre disserta di musica barocca, cinema polacco anni 40, politica economica cecena e whisky scozzese invecchiato 30 anni. “Il concetto di coppia è un invenzione borghese per tutelare lo status quo capitalistico” sentenzia al primo appuntamento, e se aspetti di fargli cambiare idea ti ritrovi come il whisky scozzese. Passa al vino novello e mollalo senza rimpianti.
Poi c’è l’indeciso, generalmente un precario anche lui, quello che “forse lascio tutto e apro un agriturismo, no ho deciso scrivo un libro, ma forse l’unica soluzione è andare all’estero” e intanto “non sono sicuro dei miei sentimenti, credo di provare qualcosa per te ma non so bene cos’è, forse ti amo ma forse no”. Ecco, forse no. Mandaci una cartolina dall’agriturismo all’estero dove scriverai il tuo libro.

Questi fidanzati precari di oggi vedono le donne come un orologio biologico ambulante, ne spiano il ticchettio da lontano e sentono, rabbrividendo, i rintocchi anche quando la portatrice sana di ovulo non è minimamente intenzionata a figliare con lui.
Portatrice che poi, c’è da dirlo, con gli anni si è parecchio incattivita. Insoddisfatta del lavoro, gira con branchi di amiche ridacchianti e ciniche, fa l’aria da dura, si inerpica su aggressivi tacchi a spillo e dall’alto dei suoi 15 centimetri di traballante autorità si diverte a terrorizzare gli uomini, che già non brillavano per coraggio, con frecciatine velenose, pistolotti spocchiosi e aria di superiorità. E poi si lamenta che lui non l’ha richiamata.
Dall’altra parte della barricata c’è la portatrice che si cimenta nel ruolo storico di crocerossina, cambia i tacchi per delle più rassicuranti ballerine, si dipinge un’aria di compassionevole indulgenza e, tutta miele e amore, si lancia all’arrembaggio del più impenitente dongiovanni al grido di “io ti cambierò” (o salverò, o convincerò). Le ci vogliono anni per capire quello che Mia Martini già cantava nel 1994: gli uomini non cambiano. Nel frattempo ha speso capitali dall’analista, le amiche non la sopportano più e non le rimane che inerpicarsi sui tacchi e procurarsi nuove amiche ciniche con cui sentenziare che gli uomini sono tutti uguali.

Gli uomini non sono tutti uguali. Ma sono tutti ugualmente confusi. E del resto neanch’io mi sento più troppo sicura.


SCUSA MA TI CHIAMO ARROSTO
Lonza di vitello
Arance
Vino bianco
Olio
Sale
Pepe

Dopo il crollo di tutte le certezze, non rimane che rispolverare il grande classico: l’arrosto all’arancia. Da cucinare di domenica per invitare a pranzo le amiche ciniche, gli amanti confusi, le crocerossine stanche, gli innamorati cronici e gli uomini in fuga. Un arrosto, dolcemente demodé, mette sempre d’accordo tutti. O almeno, non delude.
Lego la carne con lo spago e la faccio rosolare in una casseruola con l’olio caldo. Sfumo con il vino e quando sarà evaporato aggiungo le arance spremute, almeno 5 per un chilo di carne. Aggiungo sale e pepe e lascio cuocere a calore moderato per almeno un’ora e mezza. Volendo aggiungo la scorza delle arance tagliata a bastoncini. Servo con l’immancabile contorno di patate al forno e con De Andrè in sottofondo: perduto in novembre o col vento d'estate, io t' ho amato sempre, non t' ho amato mai, amore che vieni, amore che vai.


Playlist amabile
The Beatles – You really got a hold on me
Mia Martini – Gli uomini non cambiano
Fabrizio De Andrè – Amore che vieni, amore che vai

4.12.09

QuantoCePiaceDeChiacchiera'


Alla gente le chiacchiere non piacciono soltanto quando si parla di loro.
(Will Rogers)






"Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati."

Non è Geppetto mentre rimbrotta il suo burattino che ancora una volta si è fatto fregare dal gatto e la volpe. A parlare è il direttore generale della Luiss, pregando pubblicamente il figlio di cercare fuori dall'Italia quello che il suo, pur privilegiato, erede non potrà più trovare in patria.
Rispetto, meritocrazia, trasparenza.

Avremmo potuto parlare di molte cose in questi giorni.
Per esempio della esilarante proposta di Brunetta di inserire i compensi degli autori Rai nei titoli di coda dei programmi. Perchè la gente vuole trasparenza nel servizio pubblico, dicono. Occhei, ma allora per par condicio vorrei che a ogni intervento politico il telegiornale mettesse in sovraimpressione il guadagno mensile di un deputato, esclusi benefit. Oppure che la Rai, vicino al valore economico degli autori pubblicasse le paghe degli stagisti, così tanto per.

Oppure potevamo disquisire del No B-Day, che mentre diventava una sigla così oscura il tempo è passato e non ci si ricorda più bene contro cosa si doveva protestare. Va be', nel frattempo andiamo in piazza che poi il motivo ce lo ricorderemo lì, tanto un motivo c'è sempre. E no che io in piazza non ci vado, e io invece sì, e la Rai dice che non riprenderà la manifestazione, com'è come non è, e quanto ce piace de chiacchiera'. Intanto la sigla diventa sempre più oscura, e i motivi sempre meno chiari. Sarà il no Baffi Day, stop ai peli superflui e si scende in piazza coi rasoi? Oppure è il no Bimbi Day, meno marmocchi per tutti? Macchè, quì tutti giù a fare figli anche a 13 anni che la pillola abortiva non c'è. O forse sarà il no Bacio Day, che poi una cosa tira l'altra e se vogliamo salvare i nostri 13enni... Oppure è il No Barolo Day, una manifestazione promossa dalla Peroni per sostenere l'uso della birra sulle tavole italiane. Sì, mi sa che la sigla sta per no Barolo. In effetti non fa una piega. Salute.

Altrimenti potevamo discutere di paura, pare che gli italiani siano diventati terrorizzati un po' da tutto e secondo un recente sondaggio otto connazionali su dieci guardano all'immigrazione, soprattutto quella clandestina, con crescente timore. Pensano che gli immigrati siano il 23% della popolazione complessiva (mentre sono circa il 6%, la tua vicina non è magrebina, è solo un po' baffuta) e che siano più un problema che una risorsa. Ma intanto a raccogliere i pomodori o a spingere la carrozzella di nonno ci andassero loro, che noi ci abbiamo da lavora'.


E invece sto qui a raccontare di questa lettera sconfitta e preoccupata, scritta da un padre che potrebbe non preoccuparsi più di tanto, da uno che un aggancio al figlio lo troverebbe facilmente, tanto lo fanno tutti. E invece si preoccupa, e scrive cose così vere che ti rendono triste.
E sempre più figli guardano all'estero, a volte per scelta, a volte, la maggior parte, per necessità. O anche solo per la voglia di opportunità. Le famosi pari opportunità, dai noi diventate, chissà perchè e chissà quando, dispari. E ritira il dado.

8 italiani su 10 pensano che è tutta colpa dello straniero invasore, intanto gli altri inveiscono contro chi manifesta, quelli a loro volta protestano contro chi sta al governo, che a sua volta mugugna contro chi scrive i giornali, e così via.
E intanto, zittiti dal borbottio indistinto, in silenzio, invisibili, tanti figli preparano le valigie per tornare a fare quello che abbiamo sempre fatto (a parte protestare): emigrare.

Gli altri, semplicemente, chiacchierano.


A TUTTA BIRRA
Pollo a pezzi
Birra chiara
Olio
Aglio
Sale
Pepe

Se partecipate al No-BDay (inteso come Barolo, a questo punto è chiaro) dovete sapere che la birra potete berla o potete mangiarla, magari insieme al pollo. Tanto, a occhio, direi che in questo periodo di polli in giro ce n'è abbastanza per tutti.
Faccio rosolare il pollo in padella con l'aglio tritato e un filo d'olio. Poi aggiungo la birra fin quasi a ricoprire i pezzi di pollo, abbasso il fuoco e lascio cuocere con il coperchio una trentina di minuti, aggiungendo eventualmente altra birra durante la cottura se si dovesse asciugare troppo. Quando è quasi pronto aggiungo sale e pepe, alzo il fuoco per far restringere il sughetto e servo in tavola.

Il pollo alla birra piace a 6 italiani su 10, 2 su 10 protestano perchè rivogliono il Barolo e gli altri 2 sono parzialmente favorevoli alla ricetta, purchè il pollo sia italiano (e senza baffi).
Era giusto dirlo, io alla trasparenza ci tengo.


25.11.09

Monopolizzati




Alea iacta est.
(Giulio Cesare)










Potremmo parlare di un sacco di cose oggi. Per esempio:

  1. Della proposta di abolizione della pausa pranzo. Sinceramente non capisco il perché di tante polemiche. Prima di Natale un po’ di digiuno non può fare che bene. E invece state tutti lì a mugugnare: è il solito magna magna.
  2. Di processi abbreviati e di lunghe noie. Leggi ad personam e persone per la legge. Ma mi passa la fame a parlarne. Il che ci riporta al punto 1, ripassi dal via e peschi la Carta degli Imprevisti (e chissà che prima o poi tu non finisca sulla casella Prigione).
  3. Di precariato, che nel nostro Monopoli corrisponde alla casella Posteggio Gratuito. Rimani parcheggiato lì per almeno 3 turni, o 3 anni, o 3 vite. Mi è definitivamente passata la fame. Tiro il dado (knorr) e cerco di mandare in bancarotta la sfiga.


Invece non parleremo di niente, a Monopoli perdo sempre, e questo mi deprime un po’. Credo di non avere la stoffa del grande capitalista. Ma forse è un bene, che sennò comincio a costruire quartieri, televisioni, banche e ville in Sardegna. Poi mi candido in politica e mi tocca farmi leggi ad personam. Sai che fatica?

Rimango qui. Il dado è tratto, pesco la carta Probabilità.




SOLITA MINESTRA

Verdure

Dado

Acqua

Pastina o riso (facoltativi)

Olio

Sale

Pepe

Parmigiano


Mi sento un po’ male a darvi la ricetta del minestrone. E infatti non lo farò. La ricetta serviva solo ad utilizzare il nostro dado. Il minestrone è un piatto ad personam, ognuno ha il suo. E, come per i processi, non può essere abbreviato senza rinunciare alla qualità. Richiede tempo, pazienza e inventiva. Insomma richiede tutto quello che manca ora in Italia.

A chi ha tempo, buon appetito. Agli altri, ritirate il dado.


Playlist senza tempo

The Police – No time this time

The Verve – This time


13.11.09

TuttaLaVitaDavanti

Il peggio nel peggio è l'attesa del peggio.
(Daniel Pennac)

Ho una notizia buona e una cattiva.
La buona è che la vita media si è allungata rispetto a quindici anni fa, quindi saremo vecchi per molti anni in più. E saremo tantissimi.
Per trovare un tavolo libero al circolo anziani bisognerà farsi mettere in lista dal PR, ci saranno after hour party dal medico della mutua e dentiere firmate da Luis Vuitton. Ci saranno carrozzelle con motore Harley-Davidson e bastoni da passeggio con iPod incorporato. Ci saranno bianche chiome rasta, tatuaggi sbrindellati e piercing penzolanti dalle rughe. Ci saranno droghe, birre e linee di abiti trendy per attempati. Ci sarà VecchioBook e MyProstataSpace. Sarà una lunga festa. Saremo milioni di giovani vecchi, sarà bellissimo.

La cattiva notizia è che saremo ancora più poveri, ed eternamente precari. Da gennaio 2010 entrerà infatti in vigore la sibillina norma "Revisione dei coefficienti di trasformazione". In pratica si è deciso che visto che la gente vivrà di più lo stato deve pagare di meno, semplicemente. Cioè, se ora vai in pensione e prendi, diciamo, il 60% del tuo stipendio, quando i vecchietti rock saranno pronti per la panchina intascheranno solo il 50%. Poi possono recuperare, magari decidendo di andare in pensione a 65 anni, e allora si rimedia uno sballoso 53%. Se lavori fino a 75 anni forse riesci ad ottenere una pensione decente, ma spenderai tutti i tuoi soldi in medicine per l'ulcera.
Senza calcolare che, hey così va la vita, se hai un contratto a progetto i soldi che ora versi per la pensione non li vedrai praticamente mai.
E quindi con il contratto a progetto regali soldi allo stato e finanzi idee geniali come quella della revisione dei coefficenti di trasformazione.

Il tempo è un concetto relativo. Quando avrò 75 anni avrò versato contributi negli ultimi 50 anni, ma allo stato risulterà una mia anzianità pensionistica di 86 minuti, secondo più secondo meno. Mi daranno 5 euro e una canzone gratis da scaricare sull'iPod.
We're gonna rock around the clock tonight.


ASPETTA E SVECCHIA
6 - 7 limoni
1 litro di alcool puro
1,5 litri di acqua
600 grammi di zucchero

Visto che dobbiamo aspettare ancora un bel po' prima di vedere in nostro nome in lista per il tavolo al circolo anziani possiamo ingannare il tempo preparando un limoncello, che richiede un fegato rock, tanta pazienza e molto spirito, in tutti i sensi. Inutile dirvi che ci sono 7895 maniere diverse di preparare il limoncello, la mia come al solito è la tecnica quick and easy, che signori miei la vita è già tanto complicata così.
Mi procuro dei limoni buoni, possibilmente di Sorrento ma comunque non trattati. Con il pelapatate ricavo le bucce, facendo attenzione a non prendere la parte bianca, che rende amaro il liquore. Metto le bucce in infusione con l'alcool per almeno 5 giorni - ma più aspetti e più svecchi, e visto che l'attesa è lunga... Quando arriva il momento, faccio scogliere lo zucchero nell'acqua e poi aspetto che lo sciroppo si raffreddi. A quel punto unisco l'alcool con le bucce e filtro il tutto. Imbottiglio e poi lascio riposare quanto mi va. A volte io lo bevo il giorno stesso ed è buono comunque, ma più sei bravo a pazientare e meglio è. Tanto il tempo non ci manca, no?
Salute.

Playlist giovani dentro
Bill Haley - Rock around the clock

5.11.09

LaPrecariaStorna


Vola solo chi osa farlo.
(Luis Sepúlveda)


Puntuali come ogni anno di questi tempi, gli storni solcano i cieli di Roma, piroettando sopra il Tevere prima di decollare alla volta di un caldo Sud. Prima di partire però si premurano di depositare sulla città eterna tonnellate di gastrici souvenir, lasciando noi popoli stanziali nella merda fino al collo. Come se non avessimo già abbastanza guai.

E come un piccolo e traballante migratore, anche la vostra CuocaPrecaria ha lasciato oggi l’ennesimo nido (ma senza gastrici souvenir). Sarò pazza, ma proprio non me la sentivo di continuare a fare un lavoro che richiede impegno, competenza e preparazione per guadagnare meno della cameriera part time di un pub poco frequentato vicino al Raccordo Anulare. Lei almeno può bere gratis. A me rimaneva solo l’amaro calice da buttare giù ogni giorno in silenzio. E per di più per un lavoro che non mi piaceva.
E lo so: fuori è un mondo difficile, parecchio difficile, ma io non voglio ancora mollare. Ho ancora qualche cartuccia da sparare prima di ritrovarmi alcolizzata nel pub di periferia (tanto lo stipendio è lo stesso, e non devo pagare le tasse).

La precarietà è un veleno sottile, giorno dopo giorno, in silenzio, ti spinge a rinunciare ai tuoi desideri, a dimenticare quello che sai fare, e quanto vali. Prima che te ne possa accorgere ti ritrovi aggrappata con disperazione al primo co.co.pro che passa, e poco importa che non sia pagato il giusto (neanche il quasi giusto), che non piaccia, che sia solo un legale sfruttamento. Disperati dal vuoto di prospettive, si continua ad abbassare il livello di accettazione, tutto va bene e zitti e in marcia a lavoricchiare per quattro monete. Poi arriva la gastrite, cadono i capelli, ci si dimentica come si fa a sorridere. E soprattutto ci si dimentica sé stessi, chi eravamo, cosa volevamo, cosa sapevamo fare. Terrorizzati, tagliuzziamo le nostre ali, non sia mai si accorgano che qualcuno sa ancora volare. E planiamo sempre più in basso, fino a toccare il mare di merda e arenarci li, a guardare invidiosi e tristi quelli che emigrano, via, lontani.
Noi qui, da gabbiani a galline, non voliamo più. Al massimo saltelliamo, zoppi, fino al prossimo precariato.

Be’ no, scusate, lo so è colpa mia, me ne vergogno e già mi pento, ma no, non sono ancora pronta ad amputare queste vecchie ali. Ancora mi ricordo come si fa a sorridere. Ancora conservo qualche mia vecchia foto per raccontarmi chi ero. Ancora credo, un po’, nel valore del lavoro, nel prezzo della qualità, nella sostanza dei sogni. Forse emigrerò, above shit, in cerca di fortuna, forse rimarrò qui a praticare l’arte del volo ma no, grazie, le mie ali non ve le do.
Got to keep on moving.
Chi si ferma è precario, dentro.

AL VOLO
Pagnotta integrale
Prosciutto crudo
Zucchine grigliate
Feta
Erbe di provenza
Olio EVO

Su su, non c’è tempo da perdere. Un panino al volo è l’ideale prima di salpare verso nuove avventure. Al volo sì, ma con stile, come questo panino integrale e integralista, che si apre a nuove prospettive ma non dimentica chi è.
Apro la pagnotta integrale e riempio con prosciutto crudo, zucchine grigliate e feta tagliata sottile. Concludo con una spolverata di erbe di provenza (prima che presa dalla disperazione provi a fumarla) e un giro d’olio.
E via. Buon viaggio a tutti.


Playlist volante
Bob Marley - Keep on moving

28.10.09

SolitoTransTrans






Tutti gli uomini cercano la donna ideale, specie dopo il matrimonio.
(Helen Rowland)


Succedono più scandali qui che in un ballo a corte nell’ottocento francese.
E girano molte più parrucche.
Il tutto è abbastanza noiosetto, con il suo strascico di moralismi da autobus e le analisi televisive del fenomeno.
L’unica cosa che non capisco è perché politici e imprenditori di successo siano così attratti dalle depilate e costose grazie della Consuelo di turno, con quadricipiti da calciatore, seni rifatti, voce possente e altri attributi non troppo femminili.
Sei ricco, potente e spesso anche belloccio, cosa ci trovi in una trans? O forse, cosa hanno le trans in più delle donne? (e non siate volgari, please)
Ci deve essere qualcosa che mi sfugge, perché il genere va molto di moda al momento.
Forse noi donne siamo diventate meno femminili della versione “maschile” di noi stesse. Forse Consuelo, o chi per lei, sa essere così caricaturalmente donna da essere più affascinante di chi donna lo è per nascita, ma spesso non per vocazione.
Poi possiamo parlare della parte maschile e femminile in ognuno di noi, di omosessualità più o meno latente, di antica Grecia, di desiderio di trasgressione… Ma il mistero rimane.

Solo una cosa è chiara: le escort sono di destra, le trans di sinistra.
Le altre donne stanno in mezzo, visibilmente confuse.

TRASFORMAZIONI
Pollo a pezzi
Burro
Mele
Cipolla
Senape
Dado
Vino bianco

Il pollo è il pollo e la mela è la mela. Ma anche il pollo ha un lato dolce, e le mele nascondono sorprese, da sempre. Per cui non siate bigotti, mettete mele nei vostri polli, fiori nei vostri cannoni e tappi nelle vostre orecchie, che ultimamente si bisbiglia un po’ troppo.
Rosolo i pezzi di pollo nel burro con le cipolle tagliate sottili (una cipolla non troppo grande per mezzo pollo). Dopo qualche minuto aggiungo un cucchiaino di senape, un mezzo dado vegetale e un bicchiere di vino. Poi aggiungo le mele (una o due ogni mezzo pollo) tagliate a tocchetti, copro e lascio cuocere per circa 50 minuti.
Servo caldo e invio di nascosto a Repubblica le foto del pollo.
Ci sentiamo al prossimo scandalo.

Playlist trasformata
The Rocky Horror Picture Show - Movie soundtrack

20.10.09

Fissazioni




L'eternità è un pensiero terribile; voglio dire, dove andrà a finire?
(Tom Stoppard)











In ottemperanza alle nuove direttive ministeriali, questo blog d’ora poi si chiamerà CuocaFissa.
Tremonti ha cambiato idea: macché flessibilità, il posto fisso in Italia è un valore. “È la base della stabilità sociale”, ha detto.
Fico, ma ora che ne facciamo dei frutti di anni di elogi sperticati della mobilità? I nostri flessibilissimi contratti a progetto dove li buttiamo? E soprattutto i progettisti, da quale ponte si buttano?
“Il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia” ha aggiunto il nostro ministro dell’economia.
Ah, ecco perché sono single.

Del resto, che il nostro non fosse un welfare particolarmente accogliente verso chi praticasse la flessibilità (attiva o passiva) era un sospetto che avevo avuto anche io. Ma aspettavo conferme dall’alto.
Nel dubbio, rimanevo una flessibile semi-passiva, cioè una a cui magari la flessibilità piacerebbe pure, ma che gliela impongono. Mi flettevo a volte talmente tanto da spezzarmi, ma questo oramai appartiene al passato. L’aria è cambiata, basta con questi co.co.pro. da quattro soldi, chissenefrega della flessibilità, non siamo mica in America noi. Da oggi tutti stabili, indeterminati e fissi, immobili, inamovibili.
Datemi un lavoro (se lo trovate) e me lo tengo fino a che morte non ci separi.
O finché Tremonti non cambia di nuovo idea.


ARIA FRITTA
Bocconcini di mozzarella
Farina
Uova
Pan grattato
Olio per friggere
Sale

La mozzarella filante è una delle cose più flessibili che esistono. Temo che Tremonti la farà sparire presto, per cui affrettiamoci a mangiare la mozzarella fritta.
Passo i bocconcini nella farina, poi nelle uova sbattute e salate e poi nel pangrattato. Tuffo in padella nell’olio bollente e appena pronti faccio asciugare i bocconcini su carta assorbente.
Mangio con assoluta fissità.
Quant’è bella mozzarella, che si frigge tuttavia, chi vuol esser stabil sia, del doman non v’è certezza.

10.10.09

CheFortuna

Certo che la fortuna esiste. Altrimenti come potremmo spiegare il successo degli altri?
(Jean Cocteau)

Ancora state a cincischiare col supernalotto? E che ve ne fate di tutti quei milioni di euro, sai che stress vincere? Diventi ipermilionario e non sai più come spendere i soldi, i discendenti del cugino del tuo bisnonno emigrato in Argentina cominciano a telefonarti tutti i giorni, i promotori finanziari fanno la fila sotto casa tua, insieme ai parenti argentini che hanno preso il primo volo da Buenos Aires, agli ex amici, ai nuovi amici che improvvisamente ti trovano adorabile, alla televisione che ti vuole intervistare e soprattutto insieme a quelli della ricevitoria dove hai fatto la schedina che vogliono la tua foto per metterla in bella vista sulla cassa vicino alle Virgorsol e alle Diana Blu.

Roba vecchia, che noia. Adesso c’è una nuova lotteria, se vinci ti pagano 4.000 euro al mese per tutta la vita.
Una volta si sognava di diventare ricchi e vivere per sempre su un’isola caraibica (sempre se riuscivi ad uscire di casa, vista la fila che c’era). Ma ogni epoca ha i sogni che si merita. E che possiamo sognare nelle nostre vite a progetto se non un eterno, incondizionato, lauto stipendio?
Nel cassetto non ci sono più sogni, solo polvere. Adesso si sogna qualcuno che ti paghi tutti i mesi. O si sogna di scollinare l’angusto orizzonte dei mille euro mensili (quando va bene). O si sogna di sentirsi sicuri. Non milionari, non stravaganti, non liberi dagli impegni. Si sogna un lavoro, o qualcosa che ci assomigli, o qualcosa che ci assomigli e sia retribuito con coscienza.
Sarà, ma a me sembra un po’ triste.

Per maggior gioia di tutti, una catena di supermercati della provincia di Varese ha creato una lotteria destinata ai suoi clienti, 30 euro di spesa e ricevi una cartolina. Chi vince avrà un contratto di un anno per un posto di lavoro all’interno del supermercato. Gratta, gratta, che magari vinci e vai a fare il banconista a Cazzago Brabbia (VA).
La lotteria del lavoro. Non lavora chi è più bravo, solo chi ha più culo.
E questo è ancora più triste.

Ma temo che non sia così solo nei supermercati del Varesotto.
Il posto tanto agognato non si conquista più come prima, quando c’erano le schedine la domenica, i sogni, i colloqui di lavoro e i progetti per il futuro. C’erano anche i raccomandati, certo, ma qualche grammo in più di meritocrazia ancora si trovava.
Il lavoro adesso lo vincono i fortunati.
Gli altri rimangono a grattare.

GRATTACAPI
Spaghetti o bucatini o rigatoni quello che vi pare
Guanciale
Pecorino
Pepe nero

Già che stiamo a grattare, grattugiamo anche un bel po’ di pecorino e consoliamoci delle avverse fortune con un piatto di pasta alla gricia.
Mentre bolle l’acqua per la pasta mettiamo il guanciale tagliano a striscioline in una padella antiaderente e lasciamolo sciogliere un po’. Scoliamo poi la pasta al dente e la facciamo saltare in padella con il guanciale aggiungendo il pepe e il pecorino grattugiato e facendo mantecare con un po’ di acqua di cottura della pasta. Servire subito.
Buona fortuna e buon lavoro.

Playlist fortunata
Dean Martin - Lucky Song
Jason Mraz - Lucky

22.9.09

LeParoleCheNonHoDetto




Altrove, senza dubbio, esistono i tramonti. Ma perfino da questo quarto piano sulla città si può pensare all'infinito. Un infinito con magazzini sottostanti, è vero, ma con stelle all'orizzonte.
(Fernando Pessoa)






Voi non lo sapete, ma il mio vero blog io lo scrivo nella testa.
Compilo nella mia scatola grigia pagine e pagine di riflessioni. Nascoste tra le mie confuse sinapsi giacciono un’infinità di parole. Ho scritto milioni di post dentro di me, passeggiando, parlando al telefono, cucinando, cantando una canzone, lavorando (riesco ancora a pensare quando lavoro. Penso ad altro in genere, ma almeno qualcosa penso).
Non a caso sono una maestra del multitasking. Faccio cose, vedo gente, lavoro per quattro denari, cambio lavoro, mando curricula, faccio colloqui, stringo legami, spezzo catene, mi annoio, rido, ascolto, piango, sogno, vivo. E intanto, silenziosamente, nella mia testa scrivo.
Li dimentico quasi sempre questi scarabocchi mentali, travolta da qualcosa che in fondo non è mai così importante. Ma neanche i miei cuocaprecari pensieri, a ben vedere, sono abbastanza importanti, non sopravvivono alla fugacità della mia memoria a breve termine. I post che arrivano fino qui sono solo riflessioni estemporanee, quello che rimane quando ho dimenticato tutto il resto.
Ma qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure. E devo dirlo, a volte mi sorprende pensare che questo blog sia sopravvissuto a uno degli inverni più lunghi e più cupi della mia esistenza. Mi sorprende vedere che sono riuscita a ridere, quasi sempre. A volte anche a fare ridere.
L’inverno 2009 è stato infinito, deserto, smarrito, confuso, ovviamente precario, nauseabondo e triste, tremendamente triste. Eppure l’ho superato. Gli ho riso contro. E diamine, ogni tanto sotto voce mi dico: «brava, è stata proprio dura, ma sei ancora qui».

Ma l’inverno è finito. Non sono meno CuocaPrecaria. Sono solo meno stanca. Ed è un bel risultato.
E lo so che brontolo che adesso arriva l’autunno, che l’estate è finita, e che tristezza, e sempre io e te, noi e voi, e non cambia mai niente e bla bla bla.
Ma dentro di me ci sono post nuovi, nuove parole nascoste, meno tristi. Ce l’ho fatta. L’inverno è finito. Adesso può anche arrivarne un altro. Io sono pronta.
Fatti sotto tristezza. Precarietà, a noi due.
Tutto il resto, semplicemente, ‘fanculo.


QUELLO CHE RIMANE
Macinato misto
Mollica di pane
Uova
Mortadella a dadini
Formaggio filante
Uvetta
Parmigiano
Prezzemolo
Olio
Sale
Pepe

Il polpettone mi rilassa. Non ha regole, non ha obblighi, non ha quasi mai errori. È semplice, buono, economico, è tanto. Esistono mille polpettoni, ognuno ha il suo. Io ne ho diversi, tutti sparsi e senza regole come le parole nella mia testa. Tenetelo a mente quando arriverà l’inverno. Anche un polpettone a volte aiuta. Non basta, ma aiuta.
Eccone uno, fate questo, oppure un altro. Fate come vi pare.
Mescolate tutti gli ingredienti (tranne il formaggio molle) in dosi approssimative ma sensate. Per 300-400 grammi di carne non più di un uovo, per esempio. Non mettete troppo parmigiano. Olio pochissimo, anche niente. L’uvetta fatela prima rinvenire in un po’ in acqua e poi mettetene quanto basta per dare un sapore diverso, ma non troppa, che non è mica un panettone. Prezzemolo il giusto. Mortadella un po’, che non fa mai male e fa bene all’umore, ma a dadini piccoli sennò intralcia. Mollica di pane strizzata nel latte o pan grattato, in fondo è lo stesso, non fate i fissati. Sale poco, pochissimo, ma un po’ ci vuole, l’insipido è da depressi. Fate sport se vi preoccupa l’ipertensione. E bevete tanta acqua. Ma non mangiate sciapo, che tristezza. Pepe non troppo che questo polpettone non è un albergo (di spezie), ma non dimenticatelo, sennò che gusto c’è. Mescolate tutto, anche con le mani. Mescolate ancora, impastate, perdetevi nel polpettone crudo. Serve, credetemi. E poi è fatta, basta appiattire il composto in un piatto e mettere al centro le fette di formaggio, quello che avete va bene. Richiudete il polpettone sopra il formaggio e formate un rettangolo, con il formaggio al centro. È più facile farlo che scriverlo. Mettere in forno a circa 180° per mezz’ora o un po’ di più.
Vi auguro un inverno pieno di bellissime parole. E di tutto quello che rimane.

Playlist avanzata
Francesco De Gregori - Rimmel

16.9.09

WakeMeUpWhenSeptemberEnds

L'animo non avrebbe arcobaleno se gli occhi non avessero lacrime.
(John Vance Cheney)

Sono giorni che penso di scrivere qualcosa per queste neglette pagine ma non riesco a produrre niente di più sensato di vaghi mugolii.

Settembre è un mese crudele, mi strappa dalla pelle il sapore dell’estate. Si torna a scuola, devo comprare un’agenda nuova, avere nuovi sogni, nuove idee, vecchie paure.
Odio settembre, è un precipizio sull’autunno.

Ma non sono venuta qui per borbottare malmostosa, avrete anche voi il vostro settembre da smaltire, immagino.
Potremmo sederci su una panchina, guardare le giornate che si accorciano mentre la routine allunga la sua ombra minacciosa sui ricordi di un agosto ormai lontano.
Macché, non sono mica di malumore, figuriamoci. Mai stata più felice. No, non sono lacrime, è la pioggia settembrina. E sì, certo che ho voglia di tornare al mio lavoro precario, a inseguire contratti, cocopro e altre vaghe certezze. Chi non ne avrebbe voglia?

Ma è settembre per tutti e non infierirò.

Che poi lo so, non è così tremendo come può sembrare. Il destino è sempre lì acquattato in un angolo, tra una pozzanghera e il primo giorno di scuola. E le stelle continuano a guardarci, e a sorridere maliziose.

Niente ricette oggi, solo un mugolio affettuoso per tutti voi.

23.8.09

StellePrecarie







Per aspera ad astra.
(Seneca)






Anche questo ferragosto ce lo siamo tolto dai piedi.
Alcuni rapidi aggiornamenti prima di rimandarci a settembre:

L’italiano medio ha troppi tatuaggi, è troppo abbronzato ed è, decisamente, troppo depilato. Bisogna inventarsi qualcosa per far tornare alla ragione l’uomo italico.

Il cielo al mare ha un sacco di stelle. Ha tutte quelle che in città non si vedono. Pensi che non ci siano più, te ne dimentichi, vivi la tua vita orfana di cielo e poi eccole lì, e sono tantissime. È un pensiero che consola (soprattutto dopo aver visto l’uomo italico).

Il destino esiste, è come le stelle. Sta lì a guardare, fa finta di niente e poi, zac. Le cose cambiano anche se non vogliamo, o non ci speriamo più. Cambiano anche se non ce ne accorgiamo. Anche questo consola, spesso.

Il 30 agosto CuocaPrecaria compie due anni. Il tempo passa sempre ma, diversamente dalle stelle e dal destino, non puoi mai fare a meno di notarlo. E questo spesso non consola.

La torta alle mele è buonissima anche con le pere. Decidete voi se questo vi consola o no.

In ogni caso consolatevi, l’estate è quasi finita e presto smetteremo di vedere le stelle. Ma loro non smetteranno di vedere noi. Perciò comportatevi bene, siete osservati.


CASUALITÀ
250 grammi di farina
4 o 5 pere (a seconda della grandezza)
150 grammi di burro
150 grammi di zucchero
1 bustina di lievito
2 uova intere
½ bicchiere di latte
1 pizzico di sale
scorza di 1 limone grattugiato
cioccolato fondente grattugiato

Quando si dice il destino. L’anno scorso per il primo compleanno di questo blog divulgavo al mondo la ricetta della torta di mele di zia Anna. Poco tempo fa mi trovavo in campagna a casa di amici. C’era un albero di pere e non c’erano mele. Quello che è risultato è stata una delle migliori torte di non mele che io ricordi. Un’ottima coincidenza per festeggiare il secondo compleanno di queste paginette.
La ricetta la trovate QUI, sostituite le mele con le pere e aggiungete all’impasto cioccolato fondente grattugiato nella quantità che preferite.
E che il vostro cielo sia pieno di stelle.

Playlist stellata
Muse - Starlight
The Cranberries – Stars
Francesco Guccini – Stelle
Giacomo Puccini – E lucevan le stelle (Tosca)

5.8.09

PerChiSeiBellaRoma?




Tuttavia Roma è la mia città. Talvolta posso odiarla, soprattutto da quando è diventata l'enorme garage del ceto medio d'Italia. Ma Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un'estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi.
(Ennio Flaiano)








Una caldissima serata di fine luglio. Tra i tavolini affollati di un bar di trastevere, circondate da un’umanità rumorosa, improbabile e sudaticcia, due amiche bevono una Peroni e discutono di massimi e minimi sistemi.
CuocaPrecaria ha il cipiglio mistico delle grandi occasioni, lo sguardo perso in un avvenire lontano e dolciastro e il pessimismo catastrofico che le regala l’estate:
«La bellezza di Roma è inutile. I romani non sanno che farsene, la maltrattano, la sfottono come una donna bella ma un po’ noiosa le cui grazie oramai hanno smesso di sedurre. Sono fieri della loro città, ma non la guardano più.»
«Poveri turisti, non li invidio per niente. Li vedi camminare sotto il sole con le infradito, le spalle scottate e i piedi sporchi in bilico sui sanpietrini arroventati. Scattano foto - fontana di Trevi, Pantheon, Colosseo, Piazza Venezia - mangiano pizza e cappuccino, muoiono di caldo, si fanno maltrattare da camerieri annoiati e insolenti che a loro sembrano pittoreschi, salgono sugli autobus a due piani dove una guida sottopagata biascica poco convinta quattro nozioni sui Fori Imperiali, fanno una passeggiata serale tra bancarelle piene di foulard cinesi, comprano souvenir assurdi e poi tornano a casa a dire agli amici quant’è bella Roma. Mostrano le foto, fanno pediluvi, mettono creme sulle scottature e ancora una volta di questa città non hanno capito niente. Forse sono contenti lo stesso, o forse devono essere contenti. Mica puoi fare una vacanza a Roma e poi dire che non ti è piaciuta, no? Ma la finta osteria con le tovaglie a quadretti rossi e bianchi dove servono carbonara scotta, vino scadente e scontrini astronomici non vale il viaggio fino a qui, anche se l’osteria è in una piazza bellissima, o in un vicolo pittoresco. Eppure loro che ne sanno? I romani sono contenti così, non vogliono che i turisti scoprano la loro città, quella vera, quella così affascinante che la puoi anche maltrattare, farla sentire in colpa per la sua assurda, magnifica, inutile bellezza.»

L’amica sembra colpita da queste parole, ha l’aria mistica anche lei adesso. Ma forse ha bevuto troppa birra, fa troppo caldo. Dice solo:
«Devi fare un post sull’inutile bellezza di Roma.»


Eccolo qui allora il post, inutile come la bellezza di una città troppo calda e troppo stanca.
Con l’augurio che i romani tornino ad amare questa città e i turisti abbiano modo di capirla un po’ di più. Con la speranza che Roma non sia solo bella ma anche un po’ più viva, stimolante, promettente. E con un suggerimento piccolo piccolo a chi questa città la governa: perchè non renderla più accessibile, più trasparente, più viva? Perchè costruire quartieri che sono solo dormitori senza pensare che la bellezza di una città è fatta anche dalla sua periferia? Perchè dobbiamo vivere in centri storici immobili e polverosi come musei o in banlieue sperdute dove arrivare in centro è un incubo ma ci devi arrivare comunque perchè dove abiti tu non c’è niente?


Qui il link ad una triste puntata di Report sull’abusivismo edilizio a Roma.
E no, niente ricetta della carbonara, sarebbe inutile. No?

Playlist capoccia der monno infame
Antonello Venditti - Roma capoccia

24.7.09

DottoressaJekyll&SignorinaHyde



Beh, mi dispiace Wendy, ma io non mi fido di una cosa che sanguina per cinque giorni e poi non muore.
(South Park - Il film)






Essere una donna può presentare dei vantaggi a volte. Il fruttivendolo ti chiama amore mio per rifilarti le albicocche dell’anno scorso, il capo ti rivolge sorrisi elettrizzanti prima di consegnarti la busta paga di Paperino e qualche muratore ucraino al tuo passaggio si profonde in espressioni di sincero apprezzamento; o magari sta dicendo «spostati di lì che sto lavorando», ma se non capisci l’ucraino non lo scoprirai mai.

Nella maggior parte dei casi però è solo una grandiosa seccatura. Prendiamo il ciclo, per esempio. La vita è fatta di anni, gli anni di mesi e i mesi di settimane. Leviamo i giorni spensierati dell’infanzia e lasciamo le preoccupazioni sulla menopausa ad altri momenti. Rimangono circa una trentina d'anni di età fertile.
Per 30 anni ogni mese della vita di una donna è cadenzato da tre momenti topici: fase preparatoria all’ovulazione, ovulazione e mestruazioni. Tra l’ovulazione e le mestruazioni avviene quella che chiamerei quarta fase, fase di emergenza. Una settimana circa prima dell’inizio delle mestruazioni comincia infatti per due donne su tre il calvario della Sindrome Premestruale. Ovviamente io sono una di quelle due.
Una volta al mese, ogni benedetto mese, per tre o quattro, nei casi peggiori cinque, interminabili giorni patisco contemporaneamente la maggior parte dei seguenti disagi: irritabilità, cambiamento d'umore, crisi di pianto immotivate, manifestazioni depressive, aggressività, stanchezza, aumento di peso e tensione addominale.
In pratica sono un pallone gonfiato stanco, incazzato nero e irrimediabilmente depresso. Mentre scrivo queste righe sono nel pieno della mia sindrome. In due giorni ho già mandato a spigolare una manciata di persone a me care, pianto qualche lacrima, provato pentimento per le persone da me bistrattate, chiesto perdono, sperimentato senso di angoscia inguaribile, pianto di nuovo e nuovamente mandato a farsi friggere un altro paio di malcapitati.
Oramai l’arrivo delle mestruazioni l’accolgo con sollievo, vuol dire che sono sopravvissuta a un’altra Sindrome Premestruale (con qualche amico in meno forse, ma viva).
Le mestruazioni in sé tra l’altro sono meno fastidiose di quanto si possa immaginare, se non calcoliamo il mal di testa dei primi due giorni di ciclo. Ma almeno sono tra quelle fortunate che non soffrono lancinanti dolori di pancia e si drogano di Aulin con sguardo assassino. È già qualcosa.
Mi rimangono poi una decina di giorni per ristabilirmi prima della fase ovulatoria. Fase della durata di tre giorni in cui trovo attraente chiunque e lancio sguardi carichi di tenere promesse ad ogni uomo tra i 17 e i 67 anni che abbia la sfortuna di entrare nel mio raggio visivo. All’alba del quarto giorno mi dimentico di aver mai avuto un'ovulazione, sbadiglio di fronte al calendario sexy di Raul Bova e rispondo con sdegno alle profferte amorose del 17enne, l’unico ad aver preso sul serio le lusinghe degli occhi miei ridenti e fulminati.

In sostanza sono una persona emotivamente stabile, serena e capace di normali interazioni sociali per circa 4 giorni al mese. Il resto del tempo sono semplicemente una pazza, vittima delle complesse interazioni tra estrogeni, progesteroni, ormoni luteinizzanti e chissà cos’altro ancora.
Precaria invece lo sono sempre. Ma quella non è una sindrome. O sì?


QUESTIONE DI GIORNI
Spaghetti
Pan grattato
Acciughe
Capperi
Olive nere
Aglio
Olio EVO
Prezzemolo
Peperoncino

Quasi dimenticavo: durante la Sindrome Premestruale si è vittime di tremendi attacchi di fame. I migliori svaligiamenti del frigo avvengono in questi periodi, generalmente di notte ma ogni ora è buona. Ci sono stati avvistamenti di donne intente ad addentare oggetti, insetti vivi e distribuire morsi a ignari passanti. Generalmente però cioccolata, dolci e carboidrati sono gli alimenti più richiesti. Del resto non si è mai visto nessuno mangiare sedano scondito durante un raptus mangereccio.
Vista la stagione, consiglio alle vittime della sindrome, ai parenti delle vittime e anche un po’ a tutti gli altri, un buon piatto di spaghetti con pan grattato e alici.
In una padella faccio dorare uno spicchio d’aglio con l’olio d’oliva, aggiungo le alici e le lascio sciogliere. Aggiungo poi i capperi, le olive e il peperoncino e faccio cuocere pochi minuti. Scolo la pasta molto al dente e la faccio saltare in padella con gli altri ingredienti, aggiungendo se serve un po’ di acqua di cottura. Ricopro con il pan grattato (tostato precedentemente con un filo d’olio) e con il prezzemolo fresco.
E che l’ormone sia con voi.

16.7.09

BelleFuori



Se una donna si guarda spesso allo specchio, può darsi che non sia tanto un segno di vanità quanto di coraggio.
(Mark Twain)




Incontro per caso una mia conoscente. Cinguettiamo del più e del meno per qualche minuto poi lei mi dice: «Non farci caso, oggi ho una faccia tremenda. Sto lavorando troppo in questo periodo». Brillava in effetti di quel colorito spento, simile al mio del resto, di chi passa troppo ore di fronte a un monitor e troppe poche a scorrazzare all’aria aperta . «Ma che dici? Stai benissimo», la rassicuro io poco convinta. Ci esaminiamo di sottecchi le reciproche forme fisiche e ci salutiamo con l’inutile promessa di rivederci presto.
Poco dopo mi sono ritrovata a pensare: «Ma perché si è scusata di avere una faccia tremenda? Perché si sente in colpa se non si può mostrare al meglio a una conoscente che incontra per caso una volta ogni tre anni? Perché capisco così bene il suo stato d’animo? E perché probabilmente al posto suo avrei detto la stessa cosa anche io?».

Già, perché?
Per lo stesso motivo per cui quando sei al mare con un’amica lei si giustifica se ritiene di non essere perfettamente depilata, se pensa di avere troppe smagliature o una percentuale di cellulite troppo superiore alla media socialmente tollerabile. «Oddio guarda che pancia che ho. È che mi sento così gonfia ultimamente». Perché questa frase, pronunciata con aria contrita, non mi stupisce più? Perché la pronuncio così spesso anch’io? (e comunque la Marcuzzi può dire quello che vuole, ma quella non si chiama pancia gonfia, si chiama ciccia. Il bifidus actiregularis non serve a niente)

La domanda, a questo punto alquanto scontata, è: «Perché le donne si sentono in colpa se non sono perfette?».
Adesso dovremmo parlare di ruolo della donna, disparità sociale, modelli estetici imposti dai media e ansia da prestazione nel voler essere contemporaneamente una manager di successo e una mamma felice avendo un fisico da modella anche dopo 4 gravidanze, di cui una gemellare, e un cervello da premio Nobel per la fisica anche dopo esserti sposata l’equivalente intellettuale di Homer Simpson.
Ma col caldo che fa non me la sento di sobbarcarmi questa fatica.

Comunque le mie amiche non sono aspiranti veline. Ho viste ragazze intelligentissime inveire contro se stesse per qualche trascurabile difetto fisico, geni delle scienza uscire in lacrime da un camerino, donne in carriera dichiarare con aria sognante che farebbero qualsiasi cosa per avere i capelli lisci e pezzi di fimmina meravigliose ammazzarsi di diete da quando sono al mondo.

Ho visto anche marmocchie vestite da veline giocare con bambole dalle labbra siliconate. Ho visto reggiseni imbottiti e perizoma destinati espressamente a bambine di 8 anni. Ho visto ex attrici dal volto deturpato dagli interventi estetici. Ho visto tante donne normali ugualmente deturpate. Ho visto anziane truccate come ballerine da avanspettacolo. Ho visto tatuaggi nei luoghi più impensati, piercing, extension, unghie finte e ciglia posticce. Ho visto donne abbigliarsi come porno star per andare al supermercato. Ho visto fiumi di insicurezza nascosti dietro gli ombretti e universi popolati di come-sarebbe-tutto-meglio-se-solo-non-fossi-così: grassa, magra, senza tette, con troppo culo, bassa, stangona, pelosa, con pochi capelli, con tutti questi ricci, vecchia, troppo giovane. Se solo non fossi troppo me.

Neanch’io sono un’aspirante velina. Altrimenti mi farei pagare per andare a qualche festa, passerei le estati a Formentera e vivrei terrorizzata dall’idea di invecchiare.
Invece mi preoccupo più del mio sostentamento finanziario che dell’innarrestabile avanzata delle rughe; fortunatamente non ho la gobba nè la gotta e grazie a qualche estimatore qua e là e ad amiche lusinghiere riesco talvolta a guardarmi allo specchio senza odiarmi troppo.
Ma allora perché ogni tanto l’idea di non assomigliare ad Angelina Jolie (o chi per lei) mi fa sentire in colpa? Perché non conosco nessuna che assomigli ad Angelina Jolie ma tutte, più o meno spesso, chiedono scusa al mondo per la discrepanza?
Perché Angelina Jolie, molto probabilmente ma forse non così spesso, si guarda in cagnesco allo specchio e maledice le sue occhiaie?
Perché nessuno è perfetto ma nessuna donna ancora se ne capacita?

Chi fornisce la risposta ai quesiti avrà in omaggio una crema snellente trattamento intensivo.
Perché voi valete.


SCIVOLARE SU UNA BUCCIA DI ARANCIA
2 vasetti di yogurt bianco
2 arance
zucchero a velo
mandorle

Il bifidus dello yogurt non servirà a farvi scomparire la pancia ma, insieme alla buccia d’arancia, può tornare utile per un dessert. È sempre qualcosa.
Per due persone semplicemente sbuccio un’arancia e la taglio a fettine. L’altra la spremo, dopo aver raccolto la scorza con l’apposito aggeggio. Mescolo lo yogurt con il succo di arancia, le scorze e uno o due cucchiai di zucchero a velo. Verso in due coppette e ricopro con le fettine d’arancia e una manciata di mandorle. Faccio riposare un po’ in frigo prima di servire.
Ora devo proprio andare, ho un aspetto tremendo oggi e non vorrei incontrare qualcuno.
E scusate la faccia.