(Luis Sepúlveda)
Puntuali come ogni anno di questi tempi, gli storni solcano i cieli di Roma, piroettando sopra il Tevere prima di decollare alla volta di un caldo Sud. Prima di partire però si premurano di depositare sulla città eterna tonnellate di gastrici souvenir, lasciando noi popoli stanziali nella merda fino al collo. Come se non avessimo già abbastanza guai.
E come un piccolo e traballante migratore, anche la vostra CuocaPrecaria ha lasciato oggi l’ennesimo nido (ma senza gastrici souvenir). Sarò pazza, ma proprio non me la sentivo di continuare a fare un lavoro che richiede impegno, competenza e preparazione per guadagnare meno della cameriera part time di un pub poco frequentato vicino al Raccordo Anulare. Lei almeno può bere gratis. A me rimaneva solo l’amaro calice da buttare giù ogni giorno in silenzio. E per di più per un lavoro che non mi piaceva.
E lo so: fuori è un mondo difficile, parecchio difficile, ma io non voglio ancora mollare. Ho ancora qualche cartuccia da sparare prima di ritrovarmi alcolizzata nel pub di periferia (tanto lo stipendio è lo stesso, e non devo pagare le tasse).
La precarietà è un veleno sottile, giorno dopo giorno, in silenzio, ti spinge a rinunciare ai tuoi desideri, a dimenticare quello che sai fare, e quanto vali. Prima che te ne possa accorgere ti ritrovi aggrappata con disperazione al primo co.co.pro che passa, e poco importa che non sia pagato il giusto (neanche il quasi giusto), che non piaccia, che sia solo un legale sfruttamento. Disperati dal vuoto di prospettive, si continua ad abbassare il livello di accettazione, tutto va bene e zitti e in marcia a lavoricchiare per quattro monete. Poi arriva la gastrite, cadono i capelli, ci si dimentica come si fa a sorridere. E soprattutto ci si dimentica sé stessi, chi eravamo, cosa volevamo, cosa sapevamo fare. Terrorizzati, tagliuzziamo le nostre ali, non sia mai si accorgano che qualcuno sa ancora volare. E planiamo sempre più in basso, fino a toccare il mare di merda e arenarci li, a guardare invidiosi e tristi quelli che emigrano, via, lontani.
Noi qui, da gabbiani a galline, non voliamo più. Al massimo saltelliamo, zoppi, fino al prossimo precariato.
Be’ no, scusate, lo so è colpa mia, me ne vergogno e già mi pento, ma no, non sono ancora pronta ad amputare queste vecchie ali. Ancora mi ricordo come si fa a sorridere. Ancora conservo qualche mia vecchia foto per raccontarmi chi ero. Ancora credo, un po’, nel valore del lavoro, nel prezzo della qualità, nella sostanza dei sogni. Forse emigrerò, above shit, in cerca di fortuna, forse rimarrò qui a praticare l’arte del volo ma no, grazie, le mie ali non ve le do.
Got to keep on moving.
Chi si ferma è precario, dentro.
AL VOLO
Pagnotta integrale
Prosciutto crudo
Zucchine grigliate
Feta
Erbe di provenza
Olio EVO
Su su, non c’è tempo da perdere. Un panino al volo è l’ideale prima di salpare verso nuove avventure. Al volo sì, ma con stile, come questo panino integrale e integralista, che si apre a nuove prospettive ma non dimentica chi è.
Apro la pagnotta integrale e riempio con prosciutto crudo, zucchine grigliate e feta tagliata sottile. Concludo con una spolverata di erbe di provenza (prima che presa dalla disperazione provi a fumarla) e un giro d’olio.
E via. Buon viaggio a tutti.
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