giovedì 5 novembre 2009

LaPrecariaStorna


Vola solo chi osa farlo.
(Luis Sepúlveda)


Puntuali come ogni anno di questi tempi, gli storni solcano i cieli di Roma, piroettando sopra il Tevere prima di decollare alla volta di un caldo Sud. Prima di partire però si premurano di depositare sulla città eterna tonnellate di gastrici souvenir, lasciando noi popoli stanziali nella merda fino al collo. Come se non avessimo già abbastanza guai.

E come un piccolo e traballante migratore, anche la vostra CuocaPrecaria ha lasciato oggi l’ennesimo nido (ma senza gastrici souvenir). Sarò pazza, ma proprio non me la sentivo di continuare a fare un lavoro che richiede impegno, competenza e preparazione per guadagnare meno della cameriera part time di un pub poco frequentato vicino al Raccordo Anulare. Lei almeno può bere gratis. A me rimaneva solo l’amaro calice da buttare giù ogni giorno in silenzio. E per di più per un lavoro che non mi piaceva.
E lo so: fuori è un mondo difficile, parecchio difficile, ma io non voglio ancora mollare. Ho ancora qualche cartuccia da sparare prima di ritrovarmi alcolizzata nel pub di periferia (tanto lo stipendio è lo stesso, e non devo pagare le tasse).

La precarietà è un veleno sottile, giorno dopo giorno, in silenzio, ti spinge a rinunciare ai tuoi desideri, a dimenticare quello che sai fare, e quanto vali. Prima che te ne possa accorgere ti ritrovi aggrappata con disperazione al primo co.co.pro che passa, e poco importa che non sia pagato il giusto (neanche il quasi giusto), che non piaccia, che sia solo un legale sfruttamento. Disperati dal vuoto di prospettive, si continua ad abbassare il livello di accettazione, tutto va bene e zitti e in marcia a lavoricchiare per quattro monete. Poi arriva la gastrite, cadono i capelli, ci si dimentica come si fa a sorridere. E soprattutto ci si dimentica sé stessi, chi eravamo, cosa volevamo, cosa sapevamo fare. Terrorizzati, tagliuzziamo le nostre ali, non sia mai si accorgano che qualcuno sa ancora volare. E planiamo sempre più in basso, fino a toccare il mare di merda e arenarci li, a guardare invidiosi e tristi quelli che emigrano, via, lontani.
Noi qui, da gabbiani a galline, non voliamo più. Al massimo saltelliamo, zoppi, fino al prossimo precariato.

Be’ no, scusate, lo so è colpa mia, me ne vergogno e già mi pento, ma no, non sono ancora pronta ad amputare queste vecchie ali. Ancora mi ricordo come si fa a sorridere. Ancora conservo qualche mia vecchia foto per raccontarmi chi ero. Ancora credo, un po’, nel valore del lavoro, nel prezzo della qualità, nella sostanza dei sogni. Forse emigrerò, above shit, in cerca di fortuna, forse rimarrò qui a praticare l’arte del volo ma no, grazie, le mie ali non ve le do.
Got to keep on moving.
Chi si ferma è precario, dentro.

AL VOLO
Pagnotta integrale
Prosciutto crudo
Zucchine grigliate
Feta
Erbe di provenza
Olio EVO

Su su, non c’è tempo da perdere. Un panino al volo è l’ideale prima di salpare verso nuove avventure. Al volo sì, ma con stile, come questo panino integrale e integralista, che si apre a nuove prospettive ma non dimentica chi è.
Apro la pagnotta integrale e riempio con prosciutto crudo, zucchine grigliate e feta tagliata sottile. Concludo con una spolverata di erbe di provenza (prima che presa dalla disperazione provi a fumarla) e un giro d’olio.
E via. Buon viaggio a tutti.


Playlist volante
Bob Marley - Keep on moving

mercoledì 28 ottobre 2009

SolitoTransTrans






Tutti gli uomini cercano la donna ideale, specie dopo il matrimonio.
(Helen Rowland)


Succedono più scandali qui che in un ballo a corte nell’ottocento francese.
E girano molte più parrucche.
Il tutto è abbastanza noiosetto, con il suo strascico di moralismi da autobus e le analisi televisive del fenomeno.
L’unica cosa che non capisco è perché politici e imprenditori di successo siano così attratti dalle depilate e costose grazie della Consuelo di turno, con quadricipiti da calciatore, seni rifatti, voce possente e altri attributi non troppo femminili.
Sei ricco, potente e spesso anche belloccio, cosa ci trovi in una trans? O forse, cosa hanno le trans in più delle donne? (e non siate volgari, please)
Ci deve essere qualcosa che mi sfugge, perché il genere va molto di moda al momento.
Forse noi donne siamo diventate meno femminili della versione “maschile” di noi stesse. Forse Consuelo, o chi per lei, sa essere così caricaturalmente donna da essere più affascinante di chi donna lo è per nascita, ma spesso non per vocazione.
Poi possiamo parlare della parte maschile e femminile in ognuno di noi, di omosessualità più o meno latente, di antica Grecia, di desiderio di trasgressione… Ma il mistero rimane.

Solo una cosa è chiara: le escort sono di destra, le trans di sinistra.
Le altre donne stanno in mezzo, visibilmente confuse.

TRASFORMAZIONI
Pollo a pezzi
Burro
Mele
Cipolla
Senape
Dado
Vino bianco

Il pollo è il pollo e la mela è la mela. Ma anche il pollo ha un lato dolce, e le mele nascondono sorprese, da sempre. Per cui non siate bigotti, mettete mele nei vostri polli, fiori nei vostri cannoni e tappi nelle vostre orecchie, che ultimamente si bisbiglia un po’ troppo.
Rosolo i pezzi di pollo nel burro con le cipolle tagliate sottili (una cipolla non troppo grande per mezzo pollo). Dopo qualche minuto aggiungo un cucchiaino di senape, un mezzo dado vegetale e un bicchiere di vino. Poi aggiungo le mele (una o due ogni mezzo pollo) tagliate a tocchetti, copro e lascio cuocere per circa 50 minuti.
Servo caldo e invio di nascosto a Repubblica le foto del pollo.
Ci sentiamo al prossimo scandalo.

Playlist trasformata
The Rocky Horror Picture Show - Movie soundtrack

martedì 20 ottobre 2009

Fissazioni




L'eternità è un pensiero terribile; voglio dire, dove andrà a finire?
(Tom Stoppard)











In ottemperanza alle nuove direttive ministeriali, questo blog d’ora poi si chiamerà CuocaFissa.
Tremonti ha cambiato idea: macché flessibilità, il posto fisso in Italia è un valore. “È la base della stabilità sociale”, ha detto.
Fico, ma ora che ne facciamo dei frutti di anni di elogi sperticati della mobilità? I nostri flessibilissimi contratti a progetto dove li buttiamo? E soprattutto i progettisti, da quale ponte si buttano?
“Il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia” ha aggiunto il nostro ministro dell’economia.
Ah, ecco perché sono single.

Del resto, che il nostro non fosse un welfare particolarmente accogliente verso chi praticasse la flessibilità (attiva o passiva) era un sospetto che avevo avuto anche io. Ma aspettavo conferme dall’alto.
Nel dubbio, rimanevo una flessibile semi-passiva, cioè una a cui magari la flessibilità piacerebbe pure, ma che gliela impongono. Mi flettevo a volte talmente tanto da spezzarmi, ma questo oramai appartiene al passato. L’aria è cambiata, basta con questi co.co.pro. da quattro soldi, chissenefrega della flessibilità, non siamo mica in America noi. Da oggi tutti stabili, indeterminati e fissi, immobili, inamovibili.
Datemi un lavoro (se lo trovate) e me lo tengo fino a che morte non ci separi.
O finché Tremonti non cambia di nuovo idea.


ARIA FRITTA
Bocconcini di mozzarella
Farina
Uova
Pan grattato
Olio per friggere
Sale

La mozzarella filante è una delle cose più flessibili che esistono. Temo che Tremonti la farà sparire presto, per cui affrettiamoci a mangiare la mozzarella fritta.
Passo i bocconcini nella farina, poi nelle uova sbattute e salate e poi nel pangrattato. Tuffo in padella nell’olio bollente e appena pronti faccio asciugare i bocconcini su carta assorbente.
Mangio con assoluta fissità.
Quant’è bella mozzarella, che si frigge tuttavia, chi vuol esser stabil sia, del doman non v’è certezza.

sabato 10 ottobre 2009

CheFortuna

Certo che la fortuna esiste. Altrimenti come potremmo spiegare il successo degli altri?
(Jean Cocteau)

Ancora state a cincischiare col supernalotto? E che ve ne fate di tutti quei milioni di euro, sai che stress vincere? Diventi ipermilionario e non sai più come spendere i soldi, i discendenti del cugino del tuo bisnonno emigrato in Argentina cominciano a telefonarti tutti i giorni, i promotori finanziari fanno la fila sotto casa tua, insieme ai parenti argentini che hanno preso il primo volo da Buenos Aires, agli ex amici, ai nuovi amici che improvvisamente ti trovano adorabile, alla televisione che ti vuole intervistare e soprattutto insieme a quelli della ricevitoria dove hai fatto la schedina che vogliono la tua foto per metterla in bella vista sulla cassa vicino alle Virgorsol e alle Diana Blu.

Roba vecchia, che noia. Adesso c’è una nuova lotteria, se vinci ti pagano 4.000 euro al mese per tutta la vita.
Una volta si sognava di diventare ricchi e vivere per sempre su un’isola caraibica (sempre se riuscivi ad uscire di casa, vista la fila che c’era). Ma ogni epoca ha i sogni che si merita. E che possiamo sognare nelle nostre vite a progetto se non un eterno, incondizionato, lauto stipendio?
Nel cassetto non ci sono più sogni, solo polvere. Adesso si sogna qualcuno che ti paghi tutti i mesi. O si sogna di scollinare l’angusto orizzonte dei mille euro mensili (quando va bene). O si sogna di sentirsi sicuri. Non milionari, non stravaganti, non liberi dagli impegni. Si sogna un lavoro, o qualcosa che ci assomigli, o qualcosa che ci assomigli e sia retribuito con coscienza.
Sarà, ma a me sembra un po’ triste.

Per maggior gioia di tutti, una catena di supermercati della provincia di Varese ha creato una lotteria destinata ai suoi clienti, 30 euro di spesa e ricevi una cartolina. Chi vince avrà un contratto di un anno per un posto di lavoro all’interno del supermercato. Gratta, gratta, che magari vinci e vai a fare il banconista a Cazzago Brabbia (VA).
La lotteria del lavoro. Non lavora chi è più bravo, solo chi ha più culo.
E questo è ancora più triste.

Ma temo che non sia così solo nei supermercati del Varesotto.
Il posto tanto agognato non si conquista più come prima, quando c’erano le schedine la domenica, i sogni, i colloqui di lavoro e i progetti per il futuro. C’erano anche i raccomandati, certo, ma qualche grammo in più di meritocrazia ancora si trovava.
Il lavoro adesso lo vincono i fortunati.
Gli altri rimangono a grattare.

GRATTACAPI
Spaghetti o bucatini o rigatoni quello che vi pare
Guanciale
Pecorino
Pepe nero

Già che stiamo a grattare, grattugiamo anche un bel po’ di pecorino e consoliamoci delle avverse fortune con un piatto di pasta alla grigia.
Mentre bolle l’acqua per la pasta mettiamo il guanciale tagliano a striscioline in una padella antiaderente e lasciamolo sciogliere un po’. Scoliamo poi la pasta al dente e la facciamo saltare in padella con il guanciale aggiungendo il pepe e il pecorino grattugiato e facendo mantecare con un po’ di acqua di cottura della pasta. Servire subito.
Buona fortuna e buon lavoro.

Playlist fortunata
Dean Martin - Lucky Song
Jason Mraz - Lucky

martedì 22 settembre 2009

LeParoleCheNonHoDetto




Altrove, senza dubbio, esistono i tramonti. Ma perfino da questo quarto piano sulla città si può pensare all'infinito. Un infinito con magazzini sottostanti, è vero, ma con stelle all'orizzonte.
(Fernando Pessoa)






Voi non lo sapete, ma il mio vero blog io lo scrivo nella testa.
Compilo nella mia scatola grigia pagine e pagine di riflessioni. Nascoste tra le mie confuse sinapsi giacciono un’infinità di parole. Ho scritto milioni di post dentro di me, passeggiando, parlando al telefono, cucinando, cantando una canzone, lavorando (riesco ancora a pensare quando lavoro. Penso ad altro in genere, ma almeno qualcosa penso).
Non a caso sono una maestra del multitasking. Faccio cose, vedo gente, lavoro per quattro denari, cambio lavoro, mando curricula, faccio colloqui, stringo legami, spezzo catene, mi annoio, rido, ascolto, piango, sogno, vivo. E intanto, silenziosamente, nella mia testa scrivo.
Li dimentico quasi sempre questi scarabocchi mentali, travolta da qualcosa che in fondo non è mai così importante. Ma neanche i miei cuocaprecari pensieri, a ben vedere, sono abbastanza importanti, non sopravvivono alla fugacità della mia memoria a breve termine. I post che arrivano fino qui sono solo riflessioni estemporanee, quello che rimane quando ho dimenticato tutto il resto.
Ma qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure. E devo dirlo, a volte mi sorprende pensare che questo blog sia sopravvissuto a uno degli inverni più lunghi e più cupi della mia esistenza. Mi sorprende vedere che sono riuscita a ridere, quasi sempre. A volte anche a fare ridere.
L’inverno 2009 è stato infinito, deserto, smarrito, confuso, ovviamente precario, nauseabondo e triste, tremendamente triste. Eppure l’ho superato. Gli ho riso contro. E diamine, ogni tanto sotto voce mi dico: «brava, è stata proprio dura, ma sei ancora qui».

Ma l’inverno è finito. Non sono meno CuocaPrecaria. Sono solo meno stanca. Ed è un bel risultato.
E lo so che brontolo che adesso arriva l’autunno, che l’estate è finita, e che tristezza, e sempre io e te, noi e voi, e non cambia mai niente e bla bla bla.
Ma dentro di me ci sono post nuovi, nuove parole nascoste, meno tristi. Ce l’ho fatta. L’inverno è finito. Adesso può anche arrivarne un altro. Io sono pronta.
Fatti sotto tristezza. Precarietà, a noi due.
Tutto il resto, semplicemente, ‘fanculo.


QUELLO CHE RIMANE
Macinato misto
Mollica di pane
Uova
Mortadella a dadini
Formaggio filante
Uvetta
Parmigiano
Prezzemolo
Olio
Sale
Pepe

Il polpettone mi rilassa. Non ha regole, non ha obblighi, non ha quasi mai errori. È semplice, buono, economico, è tanto. Esistono mille polpettoni, ognuno ha il suo. Io ne ho diversi, tutti sparsi e senza regole come le parole nella mia testa. Tenetelo a mente quando arriverà l’inverno. Anche un polpettone a volte aiuta. Non basta, ma aiuta.
Eccone uno, fate questo, oppure un altro. Fate come vi pare.
Mescolate tutti gli ingredienti (tranne il formaggio molle) in dosi approssimative ma sensate. Per 300-400 grammi di carne non più di un uovo, per esempio. Non mettete troppo parmigiano. Olio pochissimo, anche niente. L’uvetta fatela prima rinvenire in un po’ in acqua e poi mettetene quanto basta per dare un sapore diverso, ma non troppa, che non è mica un panettone. Prezzemolo il giusto. Mortadella un po’, che non fa mai male e fa bene all’umore, ma a dadini piccoli sennò intralcia. Mollica di pane strizzata nel latte o pan grattato, in fondo è lo stesso, non fate i fissati. Sale poco, pochissimo, ma un po’ ci vuole, l’insipido è da depressi. Fate sport se vi preoccupa l’ipertensione. E bevete tanta acqua. Ma non mangiate sciapo, che tristezza. Pepe non troppo che questo polpettone non è un albergo (di spezie), ma non dimenticatelo, sennò che gusto c’è. Mescolate tutto, anche con le mani. Mescolate ancora, impastate, perdetevi nel polpettone crudo. Serve, credetemi. E poi è fatta, basta appiattire il composto in un piatto e mettere al centro le fette di formaggio, quello che avete va bene. Richiudete il polpettone sopra il formaggio e formate un rettangolo, con il formaggio al centro. È più facile farlo che scriverlo. Mettere in forno a circa 180° per mezz’ora o un po’ di più.
Vi auguro un inverno pieno di bellissime parole. E di tutto quello che rimane.

Playlist avanzata
Francesco De Gregori - Rimmel

mercoledì 16 settembre 2009

WakeMeUpWhenSeptemberEnds

L'animo non avrebbe arcobaleno se gli occhi non avessero lacrime.
(John Vance Cheney)

Sono giorni che penso di scrivere qualcosa per queste neglette pagine ma non riesco a produrre niente di più sensato di vaghi mugolii.

Settembre è un mese crudele, mi strappa dalla pelle il sapore dell’estate. Si torna a scuola, devo comprare un’agenda nuova, avere nuovi sogni, nuove idee, vecchie paure.
Odio settembre, è un precipizio sull’autunno.

Ma non sono venuta qui per borbottare malmostosa, avrete anche voi il vostro settembre da smaltire, immagino.
Potremmo sederci su una panchina, guardare le giornate che si accorciano mentre la routine allunga la sua ombra minacciosa sui ricordi di un agosto ormai lontano.
Macché, non sono mica di malumore, figuriamoci. Mai stata più felice. No, non sono lacrime, è la pioggia settembrina. E sì, certo che ho voglia di tornare al mio lavoro precario, a inseguire contratti, cocopro e altre vaghe certezze. Chi non ne avrebbe voglia?

Ma è settembre per tutti e non infierirò.

Che poi lo so, non è così tremendo come può sembrare. Il destino è sempre lì acquattato in un angolo, tra una pozzanghera e il primo giorno di scuola. E le stelle continuano a guardarci, e a sorridere maliziose.

Niente ricette oggi, solo un mugolio affettuoso per tutti voi.

domenica 23 agosto 2009

StellePrecarie







Per aspera ad astra.
(Seneca)






Anche questo ferragosto ce lo siamo tolto dai piedi.
Alcuni rapidi aggiornamenti prima di rimandarci a settembre:

L’italiano medio ha troppi tatuaggi, è troppo abbronzato ed è, decisamente, troppo depilato. Bisogna inventarsi qualcosa per far tornare alla ragione l’uomo italico.

Il cielo al mare ha un sacco di stelle. Ha tutte quelle che in città non si vedono. Pensi che non ci siano più, te ne dimentichi, vivi la tua vita orfana di cielo e poi eccole lì, e sono tantissime. È un pensiero che consola (soprattutto dopo aver visto l’uomo italico).

Il destino esiste, è come le stelle. Sta lì a guardare, fa finta di niente e poi, zac. Le cose cambiano anche se non vogliamo, o non ci speriamo più. Cambiano anche se non ce ne accorgiamo. Anche questo consola, spesso.

Il 30 agosto CuocaPrecaria compie due anni. Il tempo passa sempre ma, diversamente dalle stelle e dal destino, non puoi mai fare a meno di notarlo. E questo spesso non consola.

La torta alle mele è buonissima anche con le pere. Decidete voi se questo vi consola o no.

In ogni caso consolatevi, l’estate è quasi finita e presto smetteremo di vedere le stelle. Ma loro non smetteranno di vedere noi. Perciò comportatevi bene, siete osservati.


CASUALITÀ
250 grammi di farina
4 o 5 pere (a seconda della grandezza)
150 grammi di burro
150 grammi di zucchero
1 bustina di lievito
2 uova intere
½ bicchiere di latte
1 pizzico di sale
scorza di 1 limone grattugiato
cioccolato fondente grattugiato

Quando si dice il destino. L’anno scorso per il primo compleanno di questo blog divulgavo al mondo la ricetta della torta di mele di zia Anna. Poco tempo fa mi trovavo in campagna a casa di amici. C’era un albero di pere e non c’erano mele. Quello che è risultato è stata una delle migliori torte di non mele che io ricordi. Un’ottima coincidenza per festeggiare il secondo compleanno di queste paginette.
La ricetta la trovate QUI, sostituite le mele con le pere e aggiungete all’impasto cioccolato fondente grattugiato nella quantità che preferite.
E che il vostro cielo sia pieno di stelle.

Playlist stellata
Muse - Starlight
The Cranberries – Stars
Francesco Guccini – Stelle
Giacomo Puccini – E lucevan le stelle (Tosca)

mercoledì 5 agosto 2009

PerChiSeiBellaRoma?




Tuttavia Roma è la mia città. Talvolta posso odiarla, soprattutto da quando è diventata l'enorme garage del ceto medio d'Italia. Ma Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un'estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi.
(Ennio Flaiano)








Una caldissima serata di fine luglio. Tra i tavolini affollati di un bar di trastevere, circondate da un’umanità rumorosa, improbabile e sudaticcia, due amiche bevono una Peroni e discutono di massimi e minimi sistemi.
CuocaPrecaria ha il cipiglio mistico delle grandi occasioni, lo sguardo perso in un avvenire lontano e dolciastro e il pessimismo catastrofico che le regala l’estate:
«La bellezza di Roma è inutile. I romani non sanno che farsene, la maltrattano, la sfottono come una donna bella ma un po’ noiosa le cui grazie oramai hanno smesso di sedurre. Sono fieri della loro città, ma non la guardano più.»
«Poveri turisti, non li invidio per niente. Li vedi camminare sotto il sole con le infradito, le spalle scottate e i piedi sporchi in bilico sui sanpietrini arroventati. Scattano foto - fontana di Trevi, Pantheon, Colosseo, Piazza Venezia - mangiano pizza e cappuccino, muoiono di caldo, si fanno maltrattare da camerieri annoiati e insolenti che a loro sembrano pittoreschi, salgono sugli autobus a due piani dove una guida sottopagata biascica poco convinta quattro nozioni sui Fori Imperiali, fanno una passeggiata serale tra bancarelle piene di foulard cinesi, comprano souvenir assurdi e poi tornano a casa a dire agli amici quant’è bella Roma. Mostrano le foto, fanno pediluvi, mettono creme sulle scottature e ancora una volta di questa città non hanno capito niente. Forse sono contenti lo stesso, o forse devono essere contenti. Mica puoi fare una vacanza a Roma e poi dire che non ti è piaciuta, no? Ma la finta osteria con le tovaglie a quadretti rossi e bianchi dove servono carbonara scotta, vino scadente e scontrini astronomici non vale il viaggio fino a qui, anche se l’osteria è in una piazza bellissima, o in un vicolo pittoresco. Eppure loro che ne sanno? I romani sono contenti così, non vogliono che i turisti scoprano la loro città, quella vera, quella così affascinante che la puoi anche maltrattare, farla sentire in colpa per la sua assurda, magnifica, inutile bellezza.»

L’amica sembra colpita da queste parole, ha l’aria mistica anche lei adesso. Ma forse ha bevuto troppa birra, fa troppo caldo. Dice solo:
«Devi fare un post sull’inutile bellezza di Roma.»


Eccolo qui allora il post, inutile come la bellezza di una città troppo calda e troppo stanca.
Con l’augurio che i romani tornino ad amare questa città e i turisti abbiano modo di capirla un po’ di più. Con la speranza che Roma non sia solo bella ma anche un po’ più viva, stimolante, promettente. E con un suggerimento piccolo piccolo a chi questa città la governa: perchè non renderla più accessibile, più trasparente, più viva? Perchè costruire quartieri che sono solo dormitori senza pensare che la bellezza di una città è fatta anche dalla sua periferia? Perchè dobbiamo vivere in centri storici immobili e polverosi come musei o in banlieue sperdute dove arrivare in centro è un incubo ma ci devi arrivare comunque perchè dove abiti tu non c’è niente?


Qui il link ad una triste puntata di Report sull’abusivismo edilizio a Roma.
E no, niente ricetta della carbonara, sarebbe inutile. No?

Playlist capoccia der monno infame
Antonello Venditti - Roma capoccia

venerdì 24 luglio 2009

DottoressaJekyll&SignorinaHyde



Beh, mi dispiace Wendy, ma io non mi fido di una cosa che sanguina per cinque giorni e poi non muore.
(South Park - Il film)






Essere una donna può presentare dei vantaggi a volte. Il fruttivendolo ti chiama amore mio per rifilarti le albicocche dell’anno scorso, il capo ti rivolge sorrisi elettrizzanti prima di consegnarti la busta paga di Paperino e qualche muratore ucraino al tuo passaggio si profonde in espressioni di sincero apprezzamento; o magari sta dicendo «spostati di lì che sto lavorando», ma se non capisci l’ucraino non lo scoprirai mai.

Nella maggior parte dei casi però è solo una grandiosa seccatura. Prendiamo il ciclo, per esempio. La vita è fatta di anni, gli anni di mesi e i mesi di settimane. Leviamo i giorni spensierati dell’infanzia e lasciamo le preoccupazioni sulla menopausa ad altri momenti. Rimangono circa una trentina d'anni di età fertile.
Per 30 anni ogni mese della vita di una donna è cadenzato da tre momenti topici: fase preparatoria all’ovulazione, ovulazione e mestruazioni. Tra l’ovulazione e le mestruazioni avviene quella che chiamerei quarta fase, fase di emergenza. Una settimana circa prima dell’inizio delle mestruazioni comincia infatti per due donne su tre il calvario della Sindrome Premestruale. Ovviamente io sono una di quelle due.
Una volta al mese, ogni benedetto mese, per tre o quattro, nei casi peggiori cinque, interminabili giorni patisco contemporaneamente la maggior parte dei seguenti disagi: irritabilità, cambiamento d'umore, crisi di pianto immotivate, manifestazioni depressive, aggressività, stanchezza, aumento di peso e tensione addominale.
In pratica sono un pallone gonfiato stanco, incazzato nero e irrimediabilmente depresso. Mentre scrivo queste righe sono nel pieno della mia sindrome. In due giorni ho già mandato a spigolare una manciata di persone a me care, pianto qualche lacrima, provato pentimento per le persone da me bistrattate, chiesto perdono, sperimentato senso di angoscia inguaribile, pianto di nuovo e nuovamente mandato a farsi friggere un altro paio di malcapitati.
Oramai l’arrivo delle mestruazioni l’accolgo con sollievo, vuol dire che sono sopravvissuta a un’altra Sindrome Premestruale (con qualche amico in meno forse, ma viva).
Le mestruazioni in sé tra l’altro sono meno fastidiose di quanto si possa immaginare, se non calcoliamo il mal di testa dei primi due giorni di ciclo. Ma almeno sono tra quelle fortunate che non soffrono lancinanti dolori di pancia e si drogano di Aulin con sguardo assassino. È già qualcosa.
Mi rimangono poi una decina di giorni per ristabilirmi prima della fase ovulatoria. Fase della durata di tre giorni in cui trovo attraente chiunque e lancio sguardi carichi di tenere promesse ad ogni uomo tra i 17 e i 67 anni che abbia la sfortuna di entrare nel mio raggio visivo. All’alba del quarto giorno mi dimentico di aver mai avuto un'ovulazione, sbadiglio di fronte al calendario sexy di Raul Bova e rispondo con sdegno alle profferte amorose del 17enne, l’unico ad aver preso sul serio le lusinghe degli occhi miei ridenti e fulminati.

In sostanza sono una persona emotivamente stabile, serena e capace di normali interazioni sociali per circa 4 giorni al mese. Il resto del tempo sono semplicemente una pazza, vittima delle complesse interazioni tra estrogeni, progesteroni, ormoni luteinizzanti e chissà cos’altro ancora.
Precaria invece lo sono sempre. Ma quella non è una sindrome. O sì?


QUESTIONE DI GIORNI
Spaghetti
Pan grattato
Acciughe
Capperi
Olive nere
Aglio
Olio EVO
Prezzemolo
Peperoncino

Quasi dimenticavo: durante la Sindrome Premestruale si è vittime di tremendi attacchi di fame. I migliori svaligiamenti del frigo avvengono in questi periodi, generalmente di notte ma ogni ora è buona. Ci sono stati avvistamenti di donne intente ad addentare oggetti, insetti vivi e distribuire morsi a ignari passanti. Generalmente però cioccolata, dolci e carboidrati sono gli alimenti più richiesti. Del resto non si è mai visto nessuno mangiare sedano scondito durante un raptus mangereccio.
Vista la stagione, consiglio alle vittime della sindrome, ai parenti delle vittime e anche un po’ a tutti gli altri, un buon piatto di spaghetti con pan grattato e alici.
In una padella faccio dorare uno spicchio d’aglio con l’olio d’oliva, aggiungo le alici e le lascio sciogliere. Aggiungo poi i capperi, le olive e il peperoncino e faccio cuocere pochi minuti. Scolo la pasta molto al dente e la faccio saltare in padella con gli altri ingredienti, aggiungendo se serve un po’ di acqua di cottura. Ricopro con il pan grattato (tostato precedentemente con un filo d’olio) e con il prezzemolo fresco.
E che l’ormone sia con voi.

giovedì 16 luglio 2009

BelleFuori



Se una donna si guarda spesso allo specchio, può darsi che non sia tanto un segno di vanità quanto di coraggio.
(Mark Twain)




Incontro per caso una mia conoscente. Cinguettiamo del più e del meno per qualche minuto poi lei mi dice: «Non farci caso, oggi ho una faccia tremenda. Sto lavorando troppo in questo periodo». Brillava in effetti di quel colorito spento, simile al mio del resto, di chi passa troppo ore di fronte a un monitor e troppe poche a scorrazzare all’aria aperta . «Ma che dici? Stai benissimo», la rassicuro io poco convinta. Ci esaminiamo di sottecchi le reciproche forme fisiche e ci salutiamo con l’inutile promessa di rivederci presto.
Poco dopo mi sono ritrovata a pensare: «Ma perché si è scusata di avere una faccia tremenda? Perché si sente in colpa se non si può mostrare al meglio a una conoscente che incontra per caso una volta ogni tre anni? Perché capisco così bene il suo stato d’animo? E perché probabilmente al posto suo avrei detto la stessa cosa anche io?».

Già, perché?
Per lo stesso motivo per cui quando sei al mare con un’amica lei si giustifica se ritiene di non essere perfettamente depilata, se pensa di avere troppe smagliature o una percentuale di cellulite troppo superiore alla media socialmente tollerabile. «Oddio guarda che pancia che ho. È che mi sento così gonfia ultimamente». Perché questa frase, pronunciata con aria contrita, non mi stupisce più? Perché la pronuncio così spesso anch’io? (e comunque la Marcuzzi può dire quello che vuole, ma quella non si chiama pancia gonfia, si chiama ciccia. Il bifidus actiregularis non serve a niente)

La domanda, a questo punto alquanto scontata, è: «Perché le donne si sentono in colpa se non sono perfette?».
Adesso dovremmo parlare di ruolo della donna, disparità sociale, modelli estetici imposti dai media e ansia da prestazione nel voler essere contemporaneamente una manager di successo e una mamma felice avendo un fisico da modella anche dopo 4 gravidanze, di cui una gemellare, e un cervello da premio Nobel per la fisica anche dopo esserti sposata l’equivalente intellettuale di Homer Simpson.
Ma col caldo che fa non me la sento di sobbarcarmi questa fatica.

Comunque le mie amiche non sono aspiranti veline. Ho viste ragazze intelligentissime inveire contro se stesse per qualche trascurabile difetto fisico, geni delle scienza uscire in lacrime da un camerino, donne in carriera dichiarare con aria sognante che farebbero qualsiasi cosa per avere i capelli lisci e pezzi di fimmina meravigliose ammazzarsi di diete da quando sono al mondo.

Ho visto anche marmocchie vestite da veline giocare con bambole dalle labbra siliconate. Ho visto reggiseni imbottiti e perizoma destinati espressamente a bambine di 8 anni. Ho visto ex attrici dal volto deturpato dagli interventi estetici. Ho visto tante donne normali ugualmente deturpate. Ho visto anziane truccate come ballerine da avanspettacolo. Ho visto tatuaggi nei luoghi più impensati, piercing, extension, unghie finte e ciglia posticce. Ho visto donne abbigliarsi come porno star per andare al supermercato. Ho visto fiumi di insicurezza nascosti dietro gli ombretti e universi popolati di come-sarebbe-tutto-meglio-se-solo-non-fossi-così: grassa, magra, senza tette, con troppo culo, bassa, stangona, pelosa, con pochi capelli, con tutti questi ricci, vecchia, troppo giovane. Se solo non fossi troppo me.

Neanch’io sono un’aspirante velina. Altrimenti mi farei pagare per andare a qualche festa, passerei le estati a Formentera e vivrei terrorizzata dall’idea di invecchiare.
Invece mi preoccupo più del mio sostentamento finanziario che dell’innarrestabile avanzata delle rughe; fortunatamente non ho la gobba nè la gotta e grazie a qualche estimatore qua e là e ad amiche lusinghiere riesco talvolta a guardarmi allo specchio senza odiarmi troppo.
Ma allora perché ogni tanto l’idea di non assomigliare ad Angelina Jolie (o chi per lei) mi fa sentire in colpa? Perché non conosco nessuna che assomigli ad Angelina Jolie ma tutte, più o meno spesso, chiedono scusa al mondo per la discrepanza?
Perché Angelina Jolie, molto probabilmente ma forse non così spesso, si guarda in cagnesco allo specchio e maledice le sue occhiaie?
Perché nessuno è perfetto ma nessuna donna ancora se ne capacita?

Chi fornisce la risposta ai quesiti avrà in omaggio una crema snellente trattamento intensivo.
Perché voi valete.


SCIVOLARE SU UNA BUCCIA DI ARANCIA
2 vasetti di yogurt bianco
2 arance
zucchero a velo
mandorle

Il bifidus dello yogurt non servirà a farvi scomparire la pancia ma, insieme alla buccia d’arancia, può tornare utile per un dessert. È sempre qualcosa.
Per due persone semplicemente sbuccio un’arancia e la taglio a fettine. L’altra la spremo, dopo aver raccolto la scorza con l’apposito aggeggio. Mescolo lo yogurt con il succo di arancia, le scorze e uno o due cucchiai di zucchero a velo. Verso in due coppette e ricopro con le fettine d’arancia e una manciata di mandorle. Faccio riposare un po’ in frigo prima di servire.
Ora devo proprio andare, ho un aspetto tremendo oggi e non vorrei incontrare qualcuno.
E scusate la faccia.