9.5.11

LaMeglioGioventú




Avevo vent'anni. Non lascerò dire a nessuno che è la più bella età della vita.
(Paul Nizan)







Onestamente, ragazzi, invecchiare non è niente di trascendentale. 
Io personalmente sono una pimpanente 34enne a cui continuano a dire che dimostra meno della sua età. E poi alla fine chissenefrega. La tua età è come il voto di maturità: un'informazione che dopo un po' non interessa più a nessuno.
L'età in sè non importa, quello che scoccia sono gli effetti che l'età ha su di te...


20.4.11

Cuoca,Precaria&Barcellona

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite. 
(Mark Twain)









Non so se ancora mi ricordo come si scrive un post...

Nel frattempo alcune brevi notizie:

14.3.11

L'indefinibileLeggerezzaDell'Essere



Non credete ai miracoli: contateci ciecamente
(Legge di Murphy)







Un piccolo passo per l'umanità, un grande passo per i precari. Oggi ho firmato il mio contratto a tempo indeterminato.

8.3.11

MaCheDavvero?


nieve 2 (…)
Caminante, no hay camino
se hace camino al andar.

(Antonio Machado)






Oggi è l’8 marzo, ergo è passato un anno da quando scrivevo delle avventure di Nano. Cioè è passato un anno da quando sono arrivata a Barcellona.
Tse, figuriamoci. Sarebbe un anno secondo il calendario gregoriano. Ma io in questo tempo ho vissuto all’interno di un universo parallelo, per cui sono trascorsi dalla mia partenza solo 121,6 giorni.

9.2.11

MaCuocaPrecariaNonAverPaura

Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre. 
(Winston Churchill)



Andare in palestra è una faccenda complicata. Lo è ancora di più quando vai in palestra a Barcellona, e ti consegnano un orario delle lezioni disseminato di misteriose sigle. Sigle che corrispondono ad altrettanto misteriose lezioni. Sigle, peraltro, in catalano. 
L'altro giorno sono andata in palestra, destinazione: lezione di TC. Avevo fatto affidamento sulle mie approfondite conoscenze di catalano e immaginato che TC stesse per total cos, dove “cos” vuol dire corpo e “total” vuol dire total. Total body, insomma. 
Ecco, no. Mi sono ritrovata a fare giri di campo, saltare e giocare a palla avvelenata. Mi sono ritrovata a Educazione Fisica, quella che si faceva alle medie. Solo che questa volta ero circondata da cinquantenni con la pancetta e ragazze in improbabili calzoncini di acetato. 
Ecco che succede ad andare in palestra a Barcellona. E poi venitemi a dire che espatriare è facile.

9.1.11

Propositiva







C'è una fatalità nei buoni propositi: vengono sempre presi troppo tardi.
(Oscar Wilde)




Non che gliene freghi niente a nessuno, ma ecco i miei propositi per l'anno nuovo, con possibilità di proroga all'intero nuovo decennio o addirittura, se particolarmente funzionali, adottabili come propositi di vita. Nientepopodimenoche. 
Eccoli, dunque.

31.12.10

L'Eredità

Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo
(Alan Kay)

Ci siamo. Poche ore e saremo scaraventati nel futuro alla velocità di un tappo di spumante saltato troppo in fretta. Futuro che questa volta non è solo un anno nuovo ma nientepopodimenochè un nuovo decennio. Grandi novità all'orizzonte, quindi.
Il 2010 resiste ancora, ma i botti di capodanno scandiscono il ritmo della marcia trionfale: le barbariche orde dell'Armata Lenticchia sono alle porte. Il 2010 è spacciato. Dead year walking. 
Come ogni condannato a morte si merita l'ultima sigaretta e la benedizione poco convinta di un prete stanco. Come ogni anno che muore, muore da solo, tra il sollievo generale di chi rimane. Nessuno sente la mancanza dell'anno che agonizza; tutti aspettano il 2011, armati di atomiche aspettative e barricati dietro la certezza che tutto cambierà, oh se cambierà. Il nuovo anno non è ancora arrivato ma ha già sulle spalle la tremenda eredità di tutti quelli che lo aspettano. Un compito difficile il suo. Quanti delusi lascerà sulla strada? Quanti lo ringrazieranno tra 12 mesi? Lo ameranno più dell'anno che oggi, solitario e un po' sfigato, se ne va tra una selva di fischi e qualche banale malinconia? 

8.12.10

MeMyself&Pinco(SpecialGuest:LaDeaBendata)


file000605245504
Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male.
(Eduardo De Filippo)




Mia sorella maggiore ha una teoria. Ne ha più di una, in effetti. Saggia e vaticinante come solo le sorelle maggiori sanno essere, ha una teoria su quasi tutto. Ma le va riconosciuto che spesso ha ragione. E che spesso noi incaute sorelle minori riconosciamo troppo tardi quanta ragione avesse. È l’ingrato destino delle sagge sorelle maggiori, suppongo. Trattandosi poi di un delizioso esemplare di testardissimo scorpioncino, le rare volte in cui mia sorella non ha ragione è bene evitare di farglielo notare, si perde solo tempo. Lei ha ragione comunque (ed è adorabile così).
Dicevo, mia sorella maggiore ha una teoria: sostiene che io non debba dire cose come “ah, che sfiga che ho avuto” o “ultimamente non me ne va bene una”. Queste affermazioni, se ho capito bene, creano una specie di autoconvincimento negativo. Ti senti sfigata, ti vedi sfigata e ti convinci che tutto va male e tutto andrà ancora peggio. O qualcosa del genere. Una sindrome di Paperino, tipo.
In effetti il ragionamento fila, ed è supportato dalla saggezza popolare espressa nella teoria del bicchiere mezzo pieno. Sono una ragazza fortunatissima, quindi. Andiamo ora a vedere perché.

12.10.10

DammeNuVaso


sandonIn generale, ogni paese ha la lingua che si merita.
(Jorge Luis Borges)

Piove, tira vento e fa freddo. L’autunno è arrivato. Succede anche nelle migliori città.
Affronto la nuova stagione con uno smagliante raffreddore. E la mia gola arrossata, strano a dirsi, mi ricorda casa più dell’immagine di un tramonto sul Cupolone.
Nel film “Il mio grosso grasso matrimonio greco” il padre della protagonista teneva sempre il Vetril a portata di mano: per pulire il parabrezza, contro le bruciature, per le punture d’insetto…
Il Vetril di casa nostra è, da sempre, l’Oraseptic: il vero e unico rimedio contro i mali del mondo. Ti senti poco bene? Fai gli sciacqui con l’Oraseptic. Ti sei già ammalato? È perché non hai usato l’Oraseptic. Che poi l’Oraseptic sarebbe semplicemente un collutorio, un antisettico del cavo orofaringeo, utile quando ti brucia la gola, e basta. Ma provate a dirlo a mia madre. Per lei l’Oraseptic è la panacea. Sul serio, dovrebbero pagarla per l’attività di marketing (piuttosto invasiva) che da anni svolge in difesa degli sciacqui nel mondo.

24.9.10

ImpressioniDiSettembre







Il legame che unisce la tua vera famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite.
(Richard Bach)




Il vento di settembre mi ha sposato una sorella, un’altra. Le cedo sempre un po’ malvolentieri queste sorelle mie, che sono state per me, la più piccola, i pilastri della mia infanzia, e non solo. Ma poi le vedo svolazzare verso un nuovo destino, e non posso che essere contenta. E augurargli un buon volo.
Io sono in patria e svolazzo nel suolo natio, che ritrovo così come l’avevo lasciato. Tutte le strade portano a Roma, ma una volta a Roma stai attento alle strade. Guidare nella Capitale è un’esperienza scioccante, se non sei più abituata.

7.9.10

NoSoloDeRumbaViveElHombre


The times they are a-changin'.
(Bob Dylan)





Il 30 agosto questo blog ha compiuto 3 anni. E dico 3.
L’8 settembre compio 6 mesi di vita barcellonese. E dico 6.
Se me ne intendessi anche solo un po’ di numerologia sbancherei al lotto. Ma non me ne intendo.
Ma veniamo a noi. Sono sparita indecorosamente, lo so. E voi mi immaginavate su una spiaggia al tramonto a bere mojito e ballare rumba catalana, lo so. Ma non ve ne intendete di telepatia. Ad agosto, sotto il sole inclemente di Barcellona, la vostra eroina si arrabattava per trovare una casa. Altro che mojito, tutt'al più un po’ di rumba.
Deve essere che i catalani hanno le gambe molto lunghe, o che camminano molto veloci. Fatto sta che in praticamente qualunque annuncio leggi “a 10 minuti da Plaza Catalunya” (il centro). Poi vai a vedere sulla mappa e sta a 10 minuti dall’aeroporto, o dal monastero di Monserrat. O dal centro sì, ma quello di Sant Cugat del Vallès.
Comunque è stata dura e ho camminato molto - altro che 10 minuti - ma ora ho una casa. Una casa vera, con le finestre, le porte e il bagno (optional questi non sempre inclusi), e una coinquilina che non è sociopatica e non ha nè cani nè gatti (la sociopatia e gli animali più o meno domestici sono invece optional spesso inclusi nelle case in affito). In più, sono a 20 minuti onesti da Plaza Catalunya. A piedi, in bici molto meno. Sono diventata un’insospettabile amante delle due ruote, quelle a pedali. Bastano una manciata di piste ciclabili, un servizio efficente di bike sharing e una città senza sette colli e voilà: un’ex trasteverina motorinista incallita e stressata si trasforma in una pacifica biciclettara. L’altro giorno sono tornata dal lavoro in bici. 6 chilometri amici. Occhei, 3 sono in discesa. Ma insomma, sono sempre 6 chilometri.
A proposito di 6, sono qua da 6 mesi, roba da matti. I 6 mesi più veloci della storia. Avrei tante riflessioni sociologiche sulla vita catalana da condividere con voi, tutte di sconvolgente intensitá, ma vivo dentro una centrifuga. Questi non sono 6 mesi normali, sono 6 mesi supersonici. Prendi le tue cose, la tua casa, la tua vita e metti tutto nel cestello a 900 giri. Ecco, è così che sto. Rimando quindi le riflessioni sociologiche a momenti più pacati, o almeno alla fase dell’ammorbidente. Intanto accontentatevi di sapere che a Barcellona non esiste la liquerizia pura, nè i finocchi. Si può vivere anche senza, tutto sommato, ma fa strano quando te ne accorgi. Ci sono zucchine e la zucca, di varie forme, c’è tutto l’anno, ma i fiori di zucca no, mai. In compenso hanno una strana ossessione per gli asparagi, sia verdi che bianchi. Al supermercato trovi scaffali pieni di asparagi in salamoia. Tutto ciò sospetto voglia dire qualcosa, nasconde un significato profondo, un po’ come le mie riflessioni sociologiche di sconvolgente intensitá. Aspettiamo, quindi, per capire.
Riguardo ai 3 anni di CuocaPrecaria, sono stati veloci anche quelli. Non centrifugati, ma comunque veloci. Ma anche qui, non è il momento di pacate riflessioni e in ogni caso, già l’ho detto, non mi intendo di numeri. E comunque qualche perla sociologica su cosa significa avere un blog e su com’è la vita quando sei una CuocaPrecaria credo di averla già disseminata, qua e là. Se poi in questi 3 anni non siete stati attenti, be’, mica è colpa mia. Non telepatici e disattenti, bei lettori che mi ritrovo.
Scherzo, siete meravigliosi come sempre e sappiate che se esco dalla centrifuga e scarabocchio a fatica qualche pensiero è solo per voi.
E poi del resto ognuno ha i lettori che si merita.


CENTRIFUGA, ARACHIDI E ALTRE AMENITÀ
Filetto di maiale
Burro di arachidi
Miele
Salsa di soia
Cipolla
Olio

Vivere a Barcellona senza liquerizia pura ma con il burro di arachidi ha un senso nascosto, no? In ogni caso, mi sono ritrovata con un burro di arachidi per la prima volta nella vita. Seguendo fedelmente la filosofia della centrifuga, ho semplicemente scaraventato il burro di arachidi sulla prima superfice commestibile che ho trovato. E il risultato è stato sorprendetemente buono. Be’, la vita nella centrifuga ha anche i suoi lati positivi.
Taglio mezza cipolla e la faccio rosolare in un po’ d’olio. Poi aggiungo la carne tagliata a striscioline, faccio saltare, aggiungo il miele e sfumo con la salsa di soia. Lascio colorare un po’ la carne e aggiungo il burro di arachidi, all’inizio poco (un cucchiaino per etto di carne, tipo), se poi vedo che il sapore mi piace aggiungo. Se il burro di arachidi è molto denso aggiungo poca acqua in padella. Lascio cuocere per circa 20 minuti a fuoco lento.
E questo è quanto, almeno per il maiale in salsa d’arachidi.
Sulla centrifuga, i 6 mesi, i 3 anni e tutto il resto, seguiranno aggiornamenti.

Playlist a 900 giri
Albert Plá - Salsa pal nene
Bob Dylan - The times they are a-changin'



26.8.10

SiamoAncoraQui

Accalorati, sfiancati e in via di trasloco verso un nuovo tetto barcellonese, ma qui.
Il mese di agosto è trascorso in cyberminuti. Velocissimo, come del resto un po' tutto ultimamente. Sono quasi 6 mesi che sono qui, come è possibile?
A parte il tunnel temporale in cui mi trovo, non ho neanche internet a casa.
Da settembre sarò di nuovo collegatissima e tutta per voi. Abbiate pazienza.

6.7.10

Mano-A-Mano


La costanza di un'abitudine è di solito proporzionale alla sua assurdità.

(Marcel Proust) 

Il lupo perde il pelo, il precario no.
Quando hai passato gli ultimi anni della tua vita a pascolare in campi di vacche magrissime, ci vogliono ben più di una manciata di stipendi per farti perdere certe vecchie abitudini.
Come l'ex fumatore che di notte sogna di accendersi una paglia e la mattina quando si sveglia ha paura di aver ricominciato a fumare, come l'ex grassa ormai magrissima che ancora tira in dietro la pancia quando le fanno una foto, come l'ex galeotto che, ormai cittadino integerrimo, ancora tiene gli occhi bassi quando incontra un poliziotto; così l'ex precario, ancorché felicemente stipendiato, si sente ancora con un piede nella povertà.
E così io, CuocaPrecaria in quel della Spagna, mica ho tanto smesso di sentirmi precaria (anche se mi auguro di non esserlo mai più). Ce ne vorrà di tempo prima che. Un bel po', direi a occhio. 

Oggi tornando dal lavoro all'improvviso ho pensato: "potrei andare a fare una manicure". È  stato un brivido, tipo organizzare un fine settimana last minute in Nuova Zelanda, fare shopping con Paris Hilton, invitare a cena Lapo Elkan. 
Pensare di andare a farsi le mani da un'estetista così senza motivo è un pensiero rivoluzionario, per una come me. Nella mia esistenza di brillante laureata, masterizzata e titolatissima precaria, io la manicure non me l'ero fatta mai. Giuro. 
E così, sulla scia di questo impeto di lusso sfrenato, mi avvio a passo sicuro verso il mio smaltato destino. Ma poi, perché il lupo perde il pelo ma noi no (e la ceretta ce la facciamo sempre a casa), i miei incerti passi non mi hanno portato in uno qualunque dei mille centri estetici, più o meno invitanti, che popolano Barcellona. I miei precari passi mi hanno depositato davanti al posto più scalcagnato della città, davanti a un parrucchiere dall'aria decandente. Davanti a un centro estetico cinese, per dirla tutta.
Entro e vengo accolta da 40º di aria immobile, un'unica cliente alle prese con dei colpi di sole e una manciata di cinesine sedute compostamente su delle poltrone. Lampioncini di carta rossi appesi al soffitto (i centri estetici cinesi hanno l'arredamento incredibilmente simile a quello dei ristoranti cinesi), improbabili poster di donne, ovviamente cinesi, che sorridono con orientale saggezza e qua a là delle macabre teste di manichino ricoperte da parrucche anni 80. Sono a casa. Una delle cinesine scatta in piedi appena mi vede entrare e, ti ti, terto che poi fale manicule (anche in spagnolo parlano così, incredibile), mi accomoda su uno sgabellino minuscolo di fronte ad un altrettanto minuscolo tavolino. La cinesina ha un vestito nero di raso dall'aria economica ma, nelle intenzioni, elegantissimo e delle scarpe nere di vernice con il tacco a spillo. Approfitto di una sua distrazione per accendere un ventilatorino da strapazzo che trovo nei paraggi mentre l'elegante, almeno nelle intenzioni, cinesina va a prendere l'occorrente per fare belle le mie mani. Torna con una trousse fucsia tipo quella che usano le quindicenni per i primi trucchi e si mette laboriosamente all'opera. Non ha l'aria espertissima. Nel frattempo dal retro sbuca un'altra cinese, anche lei elegante nelle intenzioni e con i tacchi. Mentre la mia cinesina armeggia con del coton fioc per togliere dalle mie unghie le sbavature di smalto che lei stessa mi sta procurando, esce dal retro anche un ragazzo che saluta la tipa di prima, quella elegante nelle intenzioni, con un rotondo e allegro ciao, pronunciato in perfetto italiano. È italiano, a dirla tutta. Figurati dove non li trovi questi. 
Alcuni strati bozzoluti di smalto e altri tizi dopo, realizzo che la prima manicure della mia vita l'ho fatta in un centro massaggi. Che tipo di massaggi siano e perché la mia manicure sembra fatta da una principiante, sono domande che non hanno risposta. Per tutto il resto ci sarebbe Mastercard ma noi, per sicurezza, teniamo ancora i soldi sotto il materasso.


SAGGEZZA CINESE
Gnocchi cinesi
Carote
Zucchine
Porri
Arachidi
Salsa di soya
Olio

Plendiamo insegnamento dalla vicenda di nosla amica cuocaplecalia: glandi cambiamenti avele bisogno di tempo, no possibile smettele di essele plecali da un giolno all'altlo, pelché plima che fuoli si è plecali dentlo.
Ecco, ora che ce l'ha detto anche il saggio cinese, possiamo stare tranquilli. Dobbiamo aspettare, un giorno smetteremo di sentirci precari. Forse.
Nel frattempo impariamo l'arte dell'attesa preparando gli gnocchi cinesi, che vanno lasciati in ammollo almeno 10 ore, ma se li lasci di più è meglio. Passato questo tempo, scoliamo gli gnocchi e nel frattempo facciamo saltare le verdure tagliate a julienne in una padella con un po' d'olio. Appena si sono ammorbidite aggiungo gli gnocchi, le arachidi e la salsa di soya e faccio saltare per un altro paio di minuti.
Io e le mie bozzolute unghie rosse vi ringraziamo per la cortese attenzione. La prossima volta che decido di andare da un parrucchiere così senza un motivo, per favore, fermatemi.


Playlist delle mani
Rino Gaetano - A mano a mano

21.6.10

OkComputer





Mai fidarsi di un computer che non è possibile gettare dalla finestra.
(Steve Wozniak)






Notti magiche inseguendo un gol (degli altri). Barcellona ha poco più di un milione e mezzo di abitanti, di cui un 20% sono stranieri. Vivere un mondiale qui è come fare un afterhour alle Nazione Unite. 

23.5.10

MaSoprattuttoNavigatori













La visió del Mediterrani constitueix per mi una necessitat.
(Antoni Gaudi)



Il tuo vicino di casa è sparito? Il tuo bar di fiducia ha chiuso all'improvviso? Il tuo commercialista non risponde più al telefono?
Non chiamare "Chi l'ha visto?", sono qui con me. Se vuoi te li saluto.
Santi, poeti e navigatori, ma soprattutto navigatori. Il popolo italiano ha invaso la Catalogna. Un arrembaggio. Il sacco di Barcellona. Ci manca solo un tricolore a sventolare sul tetto del palazzo comunale e un monumento a Marcello Lippi in Plaza España e per il resto la città è nostra.
Roba che poi leggi su Repubblica le lamentele dei leghisti su “gli immigrati che vengono in Italia a rubarci il lavoro” e ti viene da ridere. Abbiamo intasato le strade di Barcellona di precari, artisti improvvisati, quarantenni in fuga, ricercatori che cercano una borsa di studio, discotecari in cerca di movida, archittetti in cerca di Gaudì, musicisti in cerca di band, creativi in cerca di idee e anime perse in cerca di sé stesse. Non manca più nessuno, solo non si vedono i due liocorni.
Questa invasione racconta, tristemente, di noi, della nostra crisi, di un popolo smarrito che si cerca altrove. Perché in Italia ormai trovi poco. E molti degli italiani che sono qui non sono venuti ad ammirare la Sagrada Familia o a mangiarsi una paella sulla spiaggia. Sono fuggiti dal disastro. Ma tant'è, ora siamo qui. Praticamente tutti. E in fondo, l'approdo dopo il disastro non è niente male (e la paella è buona).

E io che temevo di sentire la mancanza dei miei connazionali. Il giorno della partenza ho declamato sconsolata il mio addio ai monti, moderna Lucia dei Promessi Precari, e come il Foscolo di RyanAir ho mormorato Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Roma mia. Ho pianto le lacrime amare di chi si accomiata dalla terra natale, con già in tasca la nostalgia della mia lingua materna, dei sapori di casa e della vita italica. 
"Lucaaaaa, dove sei? Non ti sento, non c'è campo", queste le prime parole udite appena sbarcata all'aeroporto. Sono qui da due mesi, e ancora non sono riuscita a fare un qualunque tragitto dal punto A al punto B della città senza sentire parlare in italiano, o spagnolo con accento italiano. Ragazzi non scherzo, siamo la comunità di stranieri più numerosa di Barcellona. E nessuno sembra intenzionato ad andarsene. 

Il catalano, la lingua di qui, la lingua di questi poveracci assediati da un'invasione di italiani, ancora non lo sto studiando (datemi tempo). Lavoro in italiano e lo spagnolo lo parlo poco, spesso con altri stranieri come me. In compenso credo che in un paio di mesi parlerò con scioltezza bresciano, salentino e torinese. Ciarea Madamin.
Va be', mi rassegno ad essere l'italiana numero 23.546, o qualcosa del genere. Il che però mi che sottrae parecchio fascino esotico. Mi leva il gusto della diversità. La solita italiana. Ah, eccone un'altra. Potrei spacciarmi per finlandese e vedere come va. "Di dove sei? Di Helsinki. Ma Helsinki Helsinki o qualche paese vicino?" Sì, mi pare che funzioni. 

Per il resto, sono qui da due mesi, ma questo l'ho già detto. E non so se mi sembrano pochi o se mi sembra che sto qui da una vita. Non capisco niente, tutto mi vortica intorno (non solo gli italiani) e gira gira gira. Avrei voluto scrivere tante volte, raccontare. Dire di me, dire di Barcellona, dire degli italiani a Barcellona, dire dell'italiana numero 23.546 appena sbarcata in città. Ma per scrivere devi capire e io sono intenta a smaltire troppe emozioni per capire come sto. Cioè: sto bene, questo sicuro. Però non puoi cambiare vita da un giorno all'altro e pensare di farla franca. È comunque uno shock. Bello, ma uno shock. Non puoi cambiare contemporaneamente casa, città, nazione e lavoro senza avere almeno una crisi d'identità o una crisi di panico o una crisi di fame. O tutto insieme. È bello ma è comunque una crisi, nel senso etimologico di questa parola a noi italiani tanto cara: cambiamento, punto di rottura. Non puoi arrivare fischiettando al Cambiamento. Al Cambiamento ci arrivi inciampando, coperto di graffi e lividi, stordito e confuso. Poi ti guardi intorno e vedi che va bene, che sei ancora vivo. Respiri e vedi che tutto è ok. 
Ma non puoi sottovalutare il Cambiamento, lui non sottovaluta te.  Alcune mattine mi sveglio e non so dove sto, davvero. Certi giorni mi sento una turista e cammino con l'aria ebete di chi si è perso in una città bellissima. Altre volte vado al lavoro in metro e mi sembra di esserci andata sempre, con quella metro, a quel lavoro. Certi momenti mi sento persa, altri integrata in una pace superiore, un nirvana da dove guardare il mare e sentirti bene. Altri giorni mi mancano i miei amici, da morire. La mia casa. Le mie parole. Il mio mondo. Mi manca tutto. Penso che non ce la faccio, che non sono forte abbastanza, che tutte queste emozioni, tutte insieme, io non le reggo. Ma alla fine penso ma chissenefrega io sto a Barcellona e guardo il mare e mi sento bene e prendo la metro e vado al lavoro e mi perdo con aria ebete in una città bellissima e tutto ha un senso, che non sempre so qual è, ma mi piace. 

Ora scusate, vado a studiare il finlandese.



PANINO APOCALITTICO
Prosciutto
Pomodoro
Olio d'oliva
Pane tipo baguette

Gli italiani a Barcellona, fondamentalmente, sono di due tipi: apolicattici o integrati. Gli apocalittici stanno qui, non pensano di tornare in Italia ma in compenso passano il tempo a lamentarsi: il pane spagnolo non mi piace, l'olio spagnolo non mi piace, il pomodoro spagnolo non mi piace, il prosciutto spagnolo non mi piace. Li vedi aggirarsi con aria schifata per i supermercati, costretti a cibarsi di queste porcherie. Hanno lo sguardo sognante quando parlano dell'olio di casa loro, ridono come bambini ricordando i tempi felici nella pizzeria sotto casa e possono discutere per ore della differenza tra De Cecco e Barilla. Della cucina di qui non salvano nulla. Muoia Sansone e tutti filistei, loro qui, dicono, sono ostaggi di una tortilla de patatas incarognita. Vivono a Barcellona da anni ma parlano, sdegnati, uno spagnolo elementare, praticamente un italiano con la s alla fine. Barcollano a volte gli apocalittici, ma non mollano. Assediati da alimenti di scarsa qualità rimangono qui. Malmostosi e inappetenti, ma qui.
Anche gli integrati stanno qui, non pensano di tornare in Italia e per loro tutto a Barcellona è meraviglioso, compreso il cibo. Gli integrati sono fuggiti inorriditi dal suolo natio, l'Italia è un paese allo sbando, provinciale e senza futuro e gli italiani una massa di tonti che parlano solo di cibo. Loro indietro non tornerebbero mai, e hasta la tortilla siempre, anche quando è strafritta. Gli integrati non parlano spagnolo, parlano solo catalano, perché quella è la vera differenza tra essere un turista e vivere qui. Gli integrati snobbano gli altri italiani, tranne gli altri italiani integrati, con cui parlano in catalano (i catalani, quelli veri, snobbano apocalittici e integrati in massa; è il loro modo di difendersi dall'invasione). Balbettano a volte gli integrati - mica facile il catalano - ma non mollano. Sgrammaticati e incompresi, ma qui.
E poi ci sono quelli come me, che tutto gli vortica intorno e che non sanno che pensare e sono confusi e felici e persi e nirvanici e allegri e soli e troppi ma sempre guardano il mare. E, sopratutto, adorano il prosciutto spagnolo, che il cielo lo protegga. E i catalani, i nostri padroni di casa, che il cielo li aiuti, al prosciutto ci aggiungono il pomodoro, spappolato sul pane insieme all'olio. Che è una cosa geniale, pomodoro e prosciutto insieme sono un prodigio, credetemi. E gli italiani, quelli apocalittici, quelli integrati e quelli 23.546, brontolano, balbettano e vorticano ma a pane, prosciutto e pomodoro non dicono mai di no.
E siamo tutti qui.


Playlist italiana 23.546
Mannarino - Svegiatevi italiani
Giulia y los tellarini - Barcelona
Carmen Consoli - Confusa e felice