(Manuel Vázquez Montalbán. Los mares del sur. p. 109-110)
22.3.10
PuntoPerPunto
(Manuel Vázquez Montalbán. Los mares del sur. p. 109-110)
8.3.10
DiCani&DiAltreAmenità
(Jesse Owens)
A dover correre, rigorosamente con una r sola, è un incrocio tra un bassotto e chissà quale altro miscropico meticciato canino. Nano, mai nome fu più adatto, è il cane del fruttarolo del vicolo trasteverino dove ho vissuto per 5 anni e 4 mesi, in un palazzo dal portone verde a Vicolo del Buco (e mai indirizzo fu più adatto a descrivere le dimensioni di una casa).
Sotto le finestre del buco, dicevo, scorrazza il fruttarolo, ormai in pensione, e Nano.
Che Nano basta vederlo per capire che con quelle gambette corte e storte sarebbe incapace di corere anche se volesse. Ma il fruttarolo non molla, ci crede, "namo un po', forza, cori dai", il suo Nano gli sembra un levriero, un spirito leggiadro pronto a spiccare il volo, la reincarnazione di Jesse Owens. O forse, più probabilmente, non ha molto di meglio da fare che gridare "cori Nano, cori" tutto il giorno, tutti i giorni, dalle 8 del mattino fino al tramonto, senza eccezioni.
Per 5 anni e 4 mesi, ogni mattina, i miei risvegli sono stati scanditi dalle rumorose esternazioni del fruttarolo, e dalla pazienza di Nano che guarda immobile il suo padrone incitarlo ad improbabili attività ginniche. Tutto il giorno, tutti i giorni, dalle 8 del mattino fino al tramonto.
E dalla pazienza di tutti gli altri, 'che il fruttarolo ha un cane poco sportivo ma ha una voce possente, e tutta Vicolo del Buco e dintorni lo sente quando passa, e tutti si chiedono "ah fruttaro', ma 'sto Nano, secondo te, 'ndo voi che va?".
E chiedete a Nano, e alla sua santa pazienza, se non è così.
Io intanto corro, con ben due r, Trastevere è già lontana, un buco nella memoria, e penso a cose strane. Alle vicende di Nano, che mi mancheranno, vai a capire perché. Mi mancheranno come i sanpietrini sbilenchi su cui romperti i tacchi, come il colore grigio-verde-muffa del Tevere, come gli insulti della gente nel traffico, come le commesse scortesi nei negozi, come il caos di questa città matta e rumorosa, dove non si corre mai ma dove inciampi sempre.
Come i vicoli minuscoli del centro che scopri un giorno per caso, come l'odore di pane che esce dai forni la notte, come la storia che suda da ogni pietra, come i prati verdissimi di Villa Pamphili e la casa dei miei, come le foglie sul lungotevere in autunno, come le colonie di gatti appoggiati sulla città con prepotenza, come i giri in motorino per le strade deserte quando le strade sono deserte, come i tavolini dei bar dove incontri i tuoi amici e ti dici sempre le stesse cose ma le stesse battute ti fanno ridere sempre.
Come i tramonti assurdi di questa città bellissima. La mia città.
Niente ricetta oggi. Solo il mio abbraccio e il mio grazie. Che devo dire grazie a un sacco di gente, ma coi discorsi tristi non sono brava io.
Che poi non è manco un discorso triste, che Nano è sempre lì che non core, che io vado solo dietro l'angolo (per altro contentissima), che le persone importanti corrono con tutte le r al posto giusto. Corrono con me. Che loro non mi mancheranno affatto, perché non le sto lasciando.
Buone corse, ci sentiamo da dietro l'angolo.
CP
p.s. quello nella foto è il portone verde del Vicolo del Buco da dove per 5 anni e 4 mesi ho aspettato invano che Nano iniziasse a corere. La foto l'ho scattata il giorno che mi sono chiusa quel portone alle spalle per l'ultima volta, e ho iniziato a correre.
Nano nella foto non c'è, ci sono i gatti del quartiere. Ma questa è un'altra storia.
26.2.10
ScatoleCraniche
Premesso che:
1- la quantità di cose inutili accumulate è sempre superiore al numero di cose utili smarrite chissà dove.
2- la quantità di vestiti che non mettete più, non avete mai messo o, tristemente, non vi entrano più è sempre superiore alle pochissime cose che vi stanno davvero bene. Queste ultime sono in gran parte perse e/o danneggiate e/o irrimediabilmente fuori moda.
3- la quantità di libri che volete conservare per il giorno in cui avrete una casa tutta vostra con un'enorme libreria è inversamente proporzionale alla somma degli stipendi degli ultimi 10 anni. Minore, cioè, è la ricchezza accumulata, maggiore sarà la quantità di libri che non saprete mai dove mettere perché per acquistare la succitata casa tutta vostra con annessa enorme libreria ci vorrà una somma uguale o maggiore a 48,5 anni di stipendi, al quadrato.
4- la quantità di lettere d'amore, foto romantiche, bigliettini carichi di tenere promesse è sempre superiore al numero di persone che hanno mantenuto suddette promesse e/o al numero di persone le cui promesse vi interessa ricordare.
5- la quantità di cose importanti che andranno smarrite durante il trasloco è sempre superiore a quelle che riuscirete a mettere in salvo, e che poi comunque dimenticherete da qualche parte.
T = (q + c) - (s * m)
T è quindi uguale alla somma di quantità più caos meno lo spazio moltiplicato per la massa di oggetti.
Il teorema è perciò la dimostrazione empirica dell'assioma di Scatulus (matematico napoletano del 125 a.C.): "Nel dubbio, butta tutto".
Le cose davvero importanti non entrano in una scatola. Sono altrove, sono sempre con te. (Scatulus sarebbe stato d'accordo)
DOVE É FINITO QUEL COSO?
Pasta
Tutto il resto
Il traslocatore o, come nel mio caso, l'abbandonatore di suolo patrio munito solo di uno zainetto, è solito trascorrere in solitudine le ultime giornate nella casa che sta per abbandonare per sempre. Gli amici fanno sporadiche comparizioni, ti aiutano a spostare un ferma carte (che perderanno un minuto dopo) e poi spariscono al grido di "e che vuoi che sia, in fondo hai poca roba". Trascurato e confuso, il traslocatore solitario cessa di fare la spesa almeno 5 giorni prima dell'abbandono del tetto, giorni in cui si dedica a svuotare la dispensa con furia, producendosi in improvvisazioni culinarie da brivido (de paura). Il traslocatore impara presto che la pasta rimasta è abbinabile praticamente a qualunque cosa, se non ti formalizzi troppo. A quel punto il traslocatore in genere deperisce, si deprime e, nel dubbio, butta tutto (anche la pasta).
Vi penso con amore. (chi mi allunga un tramezzino?)
P.S. per la rubrica "forse non tutti sanno che ma non gliene frega neanche niente", in inglese traslocare si dice "to move", che è ovviamente lo stesso verbo che si usa per dire muovere. 'Sti cavoli direte voi, e in effetti non è un granchè come scoperta. Però aggiungo che "to move on" vuol dire andare avanti, anche in senso figurato, voltare pagina. La parola inglese per trasloco richiama quindi il concetto di movimento, una processione in avanti. Sarà stupido, ma a me sembra bello.
Ora scusate devo andare, I'm moving.
Playlist in movimento
The Rolling Stones - I'm moving on
Jet - Move on
11.2.10
CiaoAmoreCiao
Era necessario un addio, perché capissi,
che non c’è un addio per noi.
Per sempre porterò in me quest’alba
come segno di bruciatura.
Alzàti sul far del giorno,
partimmo verso l’aeroporto grigio
ed eravamo contenti, perché era così lontano.
La mia ultima parola fu un sorriso.
E sopra di noi sorgeva con l’addio
l’incontro vero e l’amore.
(Blaga Dimitrova)
Che poi manco fuggo, altrimenti sembra che vado via senza pagare, una fuga all’inglese, una ritirata strategica. Non sto sgattaiolando dalla porta del retro, non dico scendo un attimo a comprare il giornale, non salto sul primo treno travestita da Roger Rabbit. Mi allontano con discreta eleganza, saluto agitando la manina, ascolto gli amici promettermi che sentiranno la mia mancanza, perdono i nemici, mi accomiato con gentilezza dai luoghi della mia quotidianità e a quel punto, se non serve altro, vado.
Che poi ho persino trovato un lavoro, roba da matti. Ragazzi, io nella vita di colloqui ne ho fatti: individuali, di gruppo, motivazionali, tecnici, improvvisati. Ho fatto colloqui in uffici, nei bar, al telefono, via mail. Ho fatto colloqui in cui mi hanno chiesto di raccontare barzellette, di fingermi amministratore delegato di un’azienda sull’orlo del fallimento e di improvvisare un piano di ristrutturazione, di raccontare di me in varie lingue, di dirgli come mi vedo tra 2 anni, tra 5, tra 10, tra 20. Ho illustrato i miei pregi e difetti con la malizia di un piazzista di enciclopedie, ho descritto le mie ambizioni con la calma strategica di un politico rivoluzionario attento però anche ai bisogni degli elettori più conservatori, ho sorriso empatica, stretto mani con assertiva dolcezza, aspettato risposte come una Penelope ottimista.
Ma tranquilli, vado in Spagna, nel momento esatto in cui si grida alla fine del “miracolo spagnolo”. Con un tempismo degno dei più avveduti analisti finanziari, mi trasferisco in terra iberica quando questa rischia la bancarotta. Perfetto così, non ce la farei a vivere in un paese con un’economia stabile e fiorente, sai che noia.
CERVELLI FRITTI (E IN FUGA)
Ecco, qui ci vorrebbe la ricetta del cervello fritto. Ma io il cervello fritto non l’ho mai cucinato, mi sono limitata a mangiarlo qualche volta, e, se non ti soffermi troppo a pensare che stai masticando i neuroni di una mucca ciclotimica, mi è anche piaciuto. A senso direi che ci si procura del cervello di vitello, lo si manipola in qualche maniera splatter, si infarina, si passa nell’uovo sbattuto e poi si frigge.
La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare.
Guardare ogni giorno
se piove o c'e' il sole,
per saper se domani
si vive o si muore
e un bel giorno dire basta e andare via.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Playlist fuggevole
Luigi Tenco – Ciao amore ciao
23.1.10
EroiFlessibili
La contemplazione è un lusso, l'azione una necessità.
(Henri Bergson)
La flessibilità è una cosa positiva, tranne forse quando viene praticata a livelli agonistici. Come nel mio caso.
(…)
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato -
e un ridere rauco e tanti ricordi,
e nemmeno un rimpianto.
(Il suonatore Jones, dall’antologia di Spoon River – Traduzione F. Pivano)
18.1.10
CalendarGirl
Gennaio zoppica tra freddo e pioggia. È un mese noioso, non mantiene le promesse dei capodanni più spumeggianti e arranca nella stanchezza delle novità che tardano ad arrivare. Scontroso come il vento, gennaio ti lascia solo, ad aspettare la primavera.
Non ho mai aspettato così a lungo, così tante cose. Aspettare è un arte, di non sempre facile utilizzo.
Non ho molto da dire se non quello che dici quando aspetti, perle di saggezza che qualunque anziana signora in fila alla fermata dell’autobus conosce. Eh già già, così è la vita.
Bisogna portare pazienza, anzi indossarla come un gioiello, un vecchio anello che non passa mai di moda.
Bisogna sorridere anche, ogni tanto: aiuta nell’attesa.
Sperare, quello va sempre bene.
Crederci, anche.
Illudersi perché no, è un po’ come sognare.
Distrarsi, pensare ad altro, anche a niente.
Uscire, osservare gli altri: tutti hanno qualcosa da aspettare.
Il tempo è galantuomo, uno dei pochi rimasti sulla piazza. Lui provvederà. Altre parole non ne ho, sono come gennaio, mi sono persa tra qualche promessa e un bicchiere di champagne. Ma torno presto. Possibilmente, prima della primavera.
QUE SERÀ SERÀ
Fragole
Champagne
Le fragole non sono di stagione e lo champagne non è roba da precari. Ma chissenefrega, un brindisi all’attesa io lo faccio lo stesso, magari con birra e noccioline, ma brindo. Che altrimenti cincinniamo solo a capodanno e negli altri 364 giorni ci dimentichiamo di sperare, di aspettare, di vedere un futuro che ancora non c’è.
Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni.
Playlist futurista
Doris Day – Que serà serà
12.1.10
VerdeQueTeQuieroVerde

Verde vento. Verdi rami.
La barca sul mare
e il cavallo sulla montagna.
Con l’ombra nella cintura
lei sogna sul suo balcone
verde carne, capelli verdi,
con occhi di freddo argento.
Verde che ti voglio verde.
Sotto la luna gitana,
le cose la stanno guardando
e lei non le può guardare.
(…)
Federico García Lorca
Il nuovo anno è iniziato, anche il nuovo decennio. È tutta una novità da queste parti.
Il Tevere sale e scende con le piogge a ritmo dance, e Roma è verde e puzzolente. Ma la gente osserva il fiume rapita: come tanti aspiranti suicidi o poeti dilettanti, la città è sul ponte a guardare la marea marcia che avanza, danza, si muove, straripa, cambia idea. Comunque, anche se rancida, è un’esplosione di natura alla quale non siamo più abituati. E ci fermiamo tutti lì, storditi, sul ponte. Il Tevere ha un suo fascino inquinato, una violenza verde melma che ti cattura.
È bello, a modo suo.
Io sono sempre in nomination, ma non mollo. Al massimo ballo, come il Tevere.
VERDE E BALLERINO
Piselli surgelati
1 cipolla
1 patata
Brodo vegetale
Burro o olio
Sale
In primavera useremo piselli freschi. Ora il Tevere balla, la marea avanza, il nuovo incombe e questa crema di piselli surgelati è un omaggio al verde, che in fondo vuol dire speranza anche quando è il verde di un fiume schizofrenico e inquinato.
In poco burro o olio faccio imbiondire la cipolla (o lo scalogno, più soft e per questo meno adatto ai fiumi italiani) e poi aggiungo la patata tagliata a tocchetti piccoli e ricopro con il brodo. Lascio cuocere un quarto d’ora circa e poi aggiungo i piselli (con queste dosi vanno bene 400-500 grammi) fatti scongelare. Cuocio ancora per 10 minuti, aggiungo il sale e poi trito con il minipimer, aggiungendo se necessario un po’ di brodo vegetale per rendere il tutto più cremoso. Ci sta bene un po’ di panna (da aggiungere insieme al brodo), ma non è fondamentale. Una volta impiattata la crema si può cospargere di striscioline di prosciutto crudo (o speck) fatte saltare in padella e/o di crostini di pane tostati e sminuzzati.
Verde che ti voglio verde. Che sia verde per tutti.
Playlist verdissima
Manzanita – Verde que te quiero verde
30.12.09
VersoSaturno

Non penso mai al futuro. Arriva così presto.
(Albert Einstein)
Ci siamo, il 2009 è pronto a rotolare in un cassetto impolverato insieme alle mutande rosse che userete a capodanno. E voi, lo so, vi starete già domandando come sarà il nuovo anno. Eccolo qui.
Il 2010 sarà l’anno più caldo di sempre, a sentire gli scienziati, e sarà l’anno peggiore per la vendita di auto. Andremo a piedi sotto un sole bollente. Ma sarà anche l’anno delle riforme, almeno così dice il nostro premier, e l’anno della Biodiversità (ma noi quella la celebriamo da anni, votando il nostro premier). Il mercato dei chip sarà in ripresa (contenti, eh?) e sarà l’anno degli eretici digitali, qualunque cosa siano. Sarà l’anno della tigre, dell’e-book e del cinema in 3D. Tecnologici quindi, pure nella giungla. Il 2010 sarà anche l’anno della svolta, dicono, ma non abbiamo capito quale.
Per gli arieti come me, e per i leoni e i sagittari, sarà l’anno di Saturno, contro. Ma pare che non sia così negativo: il buon vecchio Saturno aiuterebbe a chiudere vecchi cicli, e a sperimentare. Olè. I tori saranno rilassati e affascinanti, le vergini conosceranno le rivoluzioni dell’anima, i capricorni sperimenteranno nuove armonie, i gemelli saranno rimpinzati di amore, i bilancia saranno creativi, gli acquari instabili ma pieni di emozioni, i cancri sperimenteranno il successo, gli scorpioni saranno fortunati, i sagittari ottimisti e i pesci fluidi, spericolati e sorridenti.
Sarà poi l’anno della raccolta rifiuti porta a porta e del turismo verde. Speriamo davvero. Sarà l’anno europeo della lotta alla povertà ma sarà anche l’anno del Milan, che povero non è ma fa venire un po’ voglia di lottare (contro, come Saturno). Sarà il bicentenario della nascita di Chopin, quindi il 2010 è anche il suo anno. Mentre ascoltiamo un notturno del Maestro, ricordiamoci che sarà anche l'anno della lotta all'obesità, perciò piano col cotechino. Sarà l’anno della formazione e l’anno della Cina in Italia. Per comodità formativa suggerisco quindi un corso di cinese. Sarà l’anno del turchese, dovevo dirvelo. E sarà l’anno di Android, che non vi preoccupate non sono gli alieni ma è un sistema operativo targato Google per gli smartphone, cioè i cellulari intelligentissimi (e anche questo non potevo tacervelo). A proposito: il 2010 sarà l’anno dei micropagamenti con il cellulare, così stiamo comodi, ma sarà anche l’anno del lusso, che con i micropagamenti ha poco a che vedere.
Il 2010 insomma sarà l'anno di un sacco di cose, speriamo anche di qualcosa di giusto.
Per me il 2010 sarà l’anno del coraggio, della dolcezza, della forza. Sarà l’anno del sorriso, delle unghie laccate di rosso ciliegia e dei libri gialli. Del viola che chi l'ha detto che porta sfiga e dei ciclamini bianchi che non muoiono mai, anche se non hai il pollice verde. Degli amici veri, dei viaggi, dei cambiamenti. Della calma, della voglia, delle parole. Del radicchio, della mela e della musica. Del movimento, della luce, del mare.
Sarà l’anno dell’amore, come ogni anno, come sempre. Ogni anno è buono per amare un po’ di più.
Buon anno!
26.12.09
BuonTemponi

E anche questo natale ce lo siamo tolto di torno. Ci manca solo capodanno e poi possiamo stare tranquilli fino ad almeno carnevale, senza obblighi mangerecci, festaioli o altrimenti gioviali.
Ancora qualche giorno e potremo smettere di augurare ogni bene a commesse, passanti, amici lontani, vicini di casa e baristi.
Devo però fare una confessione: dopo 31 anni passati a bofonchiare di come mi deprimono le feste obbligatorie, allo scattare del trentaduesimo natale mi sono avviata al cenone del 24 trotterellando e colma di un’insolita allegria. Ed eccomi lì tutta contenta di sedermi a tavola con la famiglia, fare brindisi, ascoltare Julio Iglesias (mia madre è una fan sfegatata: non riusciamo ad avere un Natale senza “Se mi lasci non vale” neanche a pagare), mangiare salmone e scartare regali. Invecchiando divento morbida, mio malgrado. Buona, sorridente e inopinatamente ottimista. Mi sto quasi preoccupando.
SE NON MANGI NON VALE
Poiché siamo in vena di dolcezza - e comunque fino al 7 gennaio non riusciamo a scendere dalla soglia delle 14.500 calorie giornaliere - contribuiamo a rendere questo mondo un posto migliore a colpi di ricotta, cioccolato e regali. La ricetta della torta la copiate da quella di Tulip, io come lei suggerisco di non aggiungere uvetta e propongo inoltre di aspettare almeno mezza giornata prima di mangiarla. È una di quelle torte che hanno bisogno di indugiare in frigo per dare il meglio di sè. Alcuni per rendere al massimo e diventare buoni devono attendere 32 anni. Altri non ci arrivano mai, ma gli vogliamo un po’ bene lo stesso - almeno finché dura la congiuntura astrale. Se la mettete in uno stampo di silicone viene lucida e bellissima, oltre che buona.
Playlist non valida
23.12.09
C'èPostaPerLui
A very Merry Christmas
Carissimo,
Come butta da quelle parti?
Rendici anche un po’ più buoni, o se proprio non ci riesci almeno facci un po’ meno ipocriti, meno piccoli, meno stanchi. Ma anche meno politically correct, che palle. Dacci di nuovo la voglia di sorridere, ricordaci che è bello dire cose belle agli altri, non solo criticare. Insegnaci a farci più complimenti, anche quando pensiamo che siano ovvi. Non lo sono. Regalaci la capacità di ascoltare ma anche la voglia di raccontare. Invitaci a parlare con il cuore, ma non farci dimenticare la bellezza del silenzio. Portaci la voglia di viaggiare, fuori e dentro di noi. Dicci come coccolare gli amici e perdonare tutti gli altri. Mettici musica, facci ballare. Cucinaci cose buone. Riportaci le favole ma manda via gli orchi, le belle addormentate, i brutti troppo svegli, i re nudi, i cortigiani vestiti a festa, i draghi, i Suv, le mafie, i furbetti, l’ignoranza, la paura, la mediocrità e quasi tutto il palinsesto televisivo.
Queste sono le mie semplici richieste. Se non puoi esaudirle tranquillo, ma sappi che vengo su e ti buco le ruote della slitta.
E buon natale.
ROCK YOUR CHRISTMAS
Pandoro
Gelato
Cioccolato fondente (opzionale)
Senti Babbo dimenticavo, è proprio indispensabile il pandoro, non c’è un altro dolce tipico che possiamo mangiare? Come dici, hai un contratto di esclusiva con la Bauli?
Occhei, vada per il pandoro anche quest’anno. Ma almeno ci mettiamo dentro il gelato e lo vivacizziamo un po’, se non ti spiace.
Lavoro il gelato (nei gusti che preferisco, ma normalmente si usa crema e/o cioccolato) in una ciotola fino a renderlo cremoso. Taglio il pandoro a fette orizzontali e farcisco ogni fetta con il gelato. Ricompongo il tutto e lascio in freezer un paio d’ore. Al momento di servire posso accompagnare con cioccolato fondente fuso.
Sono 1000 calorie al grammo, ma per quanto mi riguarda non ho chiesto a Babbo Natale di essere più magra. Con la panza che si ritrova non vorrei offenderlo…
La guerra è finita, almeno per me, statemi bene.
Playlist la guerra è finita (se vuoi)
John Lennon - Happy Christmas (War Is Over)
13.12.09
PensavoFosseAmoreInveceEraUnoStage

(Moms Mabley)
Si stava meglio quando si stava. In un modo qualunque, ma almeno si stava. Prendi gli anni 60, per esempio: i Beatles cantavano, si mangiava l’arrosto la domenica, si trovava un lavoro e ci si sposava. Noioso forse, borghese probabilmente, ma ah così rassicurante. Oggi John Lennon è morto, Paul Mccartney è impegnato a gestire le sue ex mogli, l’arrosto è fuori moda, il posto fisso è diventato mobilissimo e il matrimonio è ancora troppo borghese. Bisogna aggiornarsi.
La precarietà ha contagiato tutto, anche l’amore. Ci si molla e ci si prende con la stessa flessibilità con cui si licenzia un co.co.pro. Le coppie sono diventate a progetto, che non vuol dire un progetto di vita ma un rapporto di collaborazione a termine senza obbligo di preavviso in caso di recessione di una delle parti. Ci si mette insieme in formula stage, vediamo come va e in caso rinnoviamo per altri sei mesi.
Gli uomini nel frattempo sono in crisi come l’economia mondiale. Terrorizzati e tremebondi propongono a donne sempre più perplesse formule estemporanee di rapporto, perché la vita è lunga e non puoi mai sapere che succede domani. Se dopo svariati rinnovi di contratto la controparte timidamente suggerisce di passare almeno ad un tempo determinato con obbligo di preavviso, nicchiano, fingono strani malori, si iscrivono a un torneo di calcetto con allenamenti giornalieri e dopo poco spariscono, si smaterializzano con un sordo pof, lasciandoti un calzino sporco sotto il letto, il saggio storico che leggono da 3 anni sul comodino e un carica batterie del cellulare (che non è neanche compatibile con il tuo).
A volte poi si smaterializzano anche senza che la controparte proponga un passaggio di status. Semplicemente annusano l’aria come vecchi marinai prima della tempesta (ormonale), capiscono che lo stage va avanti da troppo e scompaiono per sempre nella nebbia prima che tu riesca a dire “ti noto strano ultimamente”.
Una volta conobbi un tipo che quando sentiva che una relazione stava diventando seria era colto da attacchi di panico. Te lo ritrovavi steso sul letto, cianotico, che si tastava il cuore convinto di avere un infarto, dimentico di essere un medico e quindi in grado di distinguere un attacco di cuore da una botta di ansia. Era seriamente convinto che sarebbe morto da un momento all’altro. È ancora vivo, state tranquilli. Solo, non fateci affidamento.
Altri sono meno fantasiosi, ma comunque esilaranti.
C’è l’innamorato cronico, quello che ti vede, rimane estasiato, ti chiede in sposa dopo 2 ore, giura che non si è mai sentito così prima e ti promette amore eterno fino a quando non vede un’altra, rimane estasiato e la chiede in sposa dopo un’ora e mezza (con l’allenamento i tempi si riducono).
C’è l’immancabile Peter Pan, un genere sempre in voga, che a 38 primavere suonate ancora non si sente pronto a impegnarsi, e alla sua paziente controparte che lo aspetta da anni dice “non sono sicuro di conoscerti ancora fino in fondo”. Be’ del resto, ogni essere umano è un mistero senza fine, come biasimarlo.
C’è lo scapolo impenitente, tra i 40 e i 50, brizzolato, con la moto, ogni anno un viaggio esotico, una manciata di tatuaggi, innamorato solo del suo cane e del suo lavoro, che ti sussurra “bambola il mio cuore è uno zingaro, ma forse con te potrei cambiare”. Bambola, lui non cambierà, fidati.
C’è l’intellettuale, occhiali di tartaruga, giacche di velluto, bicicletta, casa in centro storico arredata con studiata trasandatezza ed ore ad ascoltarlo mentre disserta di musica barocca, cinema polacco anni 40, politica economica cecena e whisky scozzese invecchiato 30 anni. “Il concetto di coppia è un invenzione borghese per tutelare lo status quo capitalistico” sentenzia al primo appuntamento, e se aspetti di fargli cambiare idea ti ritrovi come il whisky scozzese. Passa al vino novello e mollalo senza rimpianti.
Poi c’è l’indeciso, generalmente un precario anche lui, quello che “forse lascio tutto e apro un agriturismo, no ho deciso scrivo un libro, ma forse l’unica soluzione è andare all’estero” e intanto “non sono sicuro dei miei sentimenti, credo di provare qualcosa per te ma non so bene cos’è, forse ti amo ma forse no”. Ecco, forse no. Mandaci una cartolina dall’agriturismo all’estero dove scriverai il tuo libro.
Questi fidanzati precari di oggi vedono le donne come un orologio biologico ambulante, ne spiano il ticchettio da lontano e sentono, rabbrividendo, i rintocchi anche quando la portatrice sana di ovulo non è minimamente intenzionata a figliare con lui.
Portatrice che poi, c’è da dirlo, con gli anni si è parecchio incattivita. Insoddisfatta del lavoro, gira con branchi di amiche ridacchianti e ciniche, fa l’aria da dura, si inerpica su aggressivi tacchi a spillo e dall’alto dei suoi 15 centimetri di traballante autorità si diverte a terrorizzare gli uomini, che già non brillavano per coraggio, con frecciatine velenose, pistolotti spocchiosi e aria di superiorità. E poi si lamenta che lui non l’ha richiamata.
Dall’altra parte della barricata c’è la portatrice che si cimenta nel ruolo storico di crocerossina, cambia i tacchi per delle più rassicuranti ballerine, si dipinge un’aria di compassionevole indulgenza e, tutta miele e amore, si lancia all’arrembaggio del più impenitente dongiovanni al grido di “io ti cambierò” (o salverò, o convincerò). Le ci vogliono anni per capire quello che Mia Martini già cantava nel 1994: gli uomini non cambiano. Nel frattempo ha speso capitali dall’analista, le amiche non la sopportano più e non le rimane che inerpicarsi sui tacchi e procurarsi nuove amiche ciniche con cui sentenziare che gli uomini sono tutti uguali.
Gli uomini non sono tutti uguali. Ma sono tutti ugualmente confusi. E del resto neanch’io mi sento più troppo sicura.
SCUSA MA TI CHIAMO ARROSTO
Lonza di vitello
Arance
Vino bianco
Olio
Sale
Pepe
Dopo il crollo di tutte le certezze, non rimane che rispolverare il grande classico: l’arrosto all’arancia. Da cucinare di domenica per invitare a pranzo le amiche ciniche, gli amanti confusi, le crocerossine stanche, gli innamorati cronici e gli uomini in fuga. Un arrosto, dolcemente demodé, mette sempre d’accordo tutti. O almeno, non delude.
Lego la carne con lo spago e la faccio rosolare in una casseruola con l’olio caldo. Sfumo con il vino e quando sarà evaporato aggiungo le arance spremute, almeno 5 per un chilo di carne. Aggiungo sale e pepe e lascio cuocere a calore moderato per almeno un’ora e mezza. Volendo aggiungo la scorza delle arance tagliata a bastoncini. Servo con l’immancabile contorno di patate al forno e con De Andrè in sottofondo: perduto in novembre o col vento d'estate, io t' ho amato sempre, non t' ho amato mai, amore che vieni, amore che vai.
Playlist amabile
The Beatles – You really got a hold on me
Mia Martini – Gli uomini non cambiano
Fabrizio De Andrè – Amore che vieni, amore che vai
4.12.09
QuantoCePiaceDeChiacchiera'

25.11.09
Monopolizzati

(Giulio Cesare)
Potremmo parlare di un sacco di cose oggi. Per esempio:
- Della proposta di abolizione della pausa pranzo. Sinceramente non capisco il perché di tante polemiche. Prima di Natale un po’ di digiuno non può fare che bene. E invece state tutti lì a mugugnare: è il solito magna magna.
- Di processi abbreviati e di lunghe noie. Leggi ad personam e persone per la legge. Ma mi passa la fame a parlarne. Il che ci riporta al punto 1, ripassi dal via e peschi la Carta degli Imprevisti (e chissà che prima o poi tu non finisca sulla casella Prigione).
- Di precariato, che nel nostro Monopoli corrisponde alla casella Posteggio Gratuito. Rimani parcheggiato lì per almeno 3 turni, o 3 anni, o 3 vite. Mi è definitivamente passata la fame. Tiro il dado (knorr) e cerco di mandare in bancarotta la sfiga.
Invece non parleremo di niente, a Monopoli perdo sempre, e questo mi deprime un po’. Credo di non avere la stoffa del grande capitalista. Ma forse è un bene, che sennò comincio a costruire quartieri, televisioni, banche e ville in Sardegna. Poi mi candido in politica e mi tocca farmi leggi ad personam. Sai che fatica?
Rimango qui. Il dado è tratto, pesco la carta Probabilità.
SOLITA MINESTRA
Verdure
Dado
Acqua
Pastina o riso (facoltativi)
Olio
Sale
Pepe
Parmigiano
Mi sento un po’ male a darvi la ricetta del minestrone. E infatti non lo farò. La ricetta serviva solo ad utilizzare il nostro dado. Il minestrone è un piatto ad personam, ognuno ha il suo. E, come per i processi, non può essere abbreviato senza rinunciare alla qualità. Richiede tempo, pazienza e inventiva. Insomma richiede tutto quello che manca ora in Italia.
A chi ha tempo, buon appetito. Agli altri, ritirate il dado.
Playlist senza tempo
The Police – No time this time
The Verve – This time






