22.3.10

PuntoPerPunto


Saro’ rapida.

1- Come non tarderete ad accorgervi, sto utilizzando una tastiera spagnola, per cui posso scrivere España quante volte voglio ma adiós agli accenti italiani. Questo ci porta diretti al punto numero
2- Non ho il computer con me. Il caro vecchio portatile romano ha tentato il suicidio pochi giorni prima della mia partenza (sara’ stato il suo modo di dirmi addio?). Ora e’ in cura intensiva nella capitale, vediamo se riusciro’ a recuperarlo o se dovro’ sobbarcarmi l’investimento di nientepopodimenoche un nuovo computer. E qui arriviamo al numero
3- Sono in un locutorio, cioe’ in un internet point. Arrivata fin qui solo per l’amore che ho per voi, ‘che sono le 20.35 e la vostra eroina e’ un po’ stanca (e il locutorio un po’ squallido) perche’, roba da matti, mica sta qui a ballare la macarena. Cio’ ci conduce al
4- Sto lavorando. Anche abbastanza, a dire il vero. ‘Sti spagnoli ci danno sotto col trabajo. E io prima delle nove e’ difficile che arrivi a casa. Il venerdì abbiamo mezza giornata, ma al venerdì ci devi arrivare vivo. E non so perche’ ma il word spagnolo del locutorio da cui vi scrivo ha in archivio la parola venerdì, in italiano e con l’accento giusto. Posso scrivere quindi venerdì ed España quante volte voglio. Bene, andiamo al
5- Non e’ una novita’, ma voglio ripeterlo: Barcellona e’ bella. E’camminabile. Cioe’ e’ bello camminare qui. E, suppongo, sara’ ancora piu’ bello quando smettera’ di avere un clima londinese, a tratti finlandese. Perche’ si, la vostra eroina e’ sbarcata in citta l’8 marzo, il giorno della grande nevicata che ha messo in ginocchio l’efficentissima rete di trasporti catalani insieme al mio, gia’ traballante, sistema nervoso. E si’, avete letto bene: Barcellona-neve-marzo. Non succedeva da non so quanti anni. Hanno aspettato me per il bis (sara’ stato il loro modo di dirmi benvenuta?). La mia valigia carica di ghirlande di fiori e ciabatte infradito si e’ rivelata quindi di sconcertante inutilita’ qui in riva al mare del caliente Mediterraneo. Tremanti di freddo e un po’ esauriti concludiamo col punto
6- Non e’ solo bella, Barcellona e’ anche metrabile, nel senso che c’e’ una metro sconfinata, roba che voi umani (anzi voi romani) non potete neanche immaginare. E la vostra eroina, dopo una vita in sella a un motorino, si ritrova qui a macinare ore nel sottosuolo della citta’. Che e’ un osservatorio privilegiato sul mondo, ma neanche questa e’ una novita’. Non perdiamo altro tempo e finiamola qui.
Appena recupero un computer vi aggiorno con dovizia di dettagli su questo e su tanto altro. Che questa citta’ non e’ solo bella e metrabile e io ho la testa piena di parole e voi, grazie, mi aiutate a mettere ordine nelle emozioni.

Hasta pronto.



RICETTA LEGGIBILE

E’ tardi, sono nel locutorio e sprovvista di accenti. Niente ricetta. Vi lascio pero’ con un estratto da un libro di Manuel Vázquez Montalbán (quello di Pepe Carvalho, per capirci) che sto leggendo in questi giorni. Si chiama “Los mares del sur” (I mari del Sud).
Casi della vita, nel libro c’e’ una descrizione bellisima di quello che si prova, spesso, guardando gli altri passeggeri nella metro. Il libro e’ ambientato a Barcellona come quasi tutte le storie di Carvalho, ma in questo caso non e’ importate. Il pezzo che qui vi incollo e’ una descrizione meravigliosamente scritta, amara e un po’ pessimista che vale per ogni metro, per ogni passeggero, in ogni angolo del mondo.

Io ancora non sono ne’ amara ne’ pessimista, mi godo l’osservatorio sul mondo con gusto e sorrido agli sconosciuti dalle facce tristi. Ma il brano e’ comunque meraviglioso e ve lo voglio regalare. E’ in spagnolo, qui nel locutorio le mie possibilita’ di ricerca on-line sono, capirete, piuttosto limitate. Se la lingua di Cervantes vi e’ totalmente inaccessibile forse potete trovarlo in italiano o, ancora meglio, comprarvi il libro. E’ un libro di tanti anni fa, si trovera’ in giro in edizione straeconomica.

Se invece ve ne intendete di ñ e compagnia (o volete provarci), eccolo qui:



"El metro, cualquier metro, es un animal resignado a su esclavitud de subsuelo. Parte de esa resignación impregna los rostros aplazados de los viajeros, teñidos por una luz utilitaria, removidos levemente por el vaivén circular de la máquina aburrida. Recuperar el metro fue recuperar la sensación de joven fugitivo que contempla con menosprecio la ganadería vencida, mientras él utiliza el metro como un instrumento para llegar al esplendor en la hierba y la promoción. Recordaba su cotidiana sorpresa joven ante tanta derrota recién amanecida. Recordaba la conciencia de su propia singularidad y excelencia rechazando la náusea que parecía envolver la mediocre vida de los viajeros. Los veía como molestos compañeros de un viaje que para él era de ida y para ellos de vuelta.
Veinte o veinticinco años después sólo era capaz de sentir solidaridad y miedo.Solidaridad con el viejo barbado de tres días y vestido con traje bicolor, con una mano enganchada al skay pringoso de un portafolios lleno de letras protestadas.Solidaridad con las cúbicas mujeres samoyedas que amurcianaban una incoherente conversación sobre el cumpleaños de tía Encarnación. Solidaridad con tanto niño pobre y pulcro llegado tarde al obsoleto tren emancipador de la cultura. Ejercicios del lenguaje. Diccionario Anaya. Muchachas disfrazadas de Olivia Newton-John, en el supuesto caso que Olivia se vistiera aprovechando las liquidaciones fin de temporada de grandes almacenes de extrarradio. Muchachos con máscara de chulos de discoteca y músculos de condenados al paro. Y a veces la reconfortante osamenta de un subejecutivo de inmobiliaria con el coche averiado y el propósito de utilizar transportes públicos para adelgazar y ahorrar para medios whiskies de mediana calidad, servidos por un insuficiente camarero con caspa y uñas negras sin otro encanto que saber llamarle a tiempo don Roberto o señor Ventura. El miedo a ser todos víctimas de un mediocre y fatal viaje de la pobreza a la nada. El mundo era un paisaje de estaciones semejantes a retretes sucios recubiertos por azulejos tiznados por la invisible suciedad de la electricidad subterránea y de los alientos agrios de las masas. La gente que subía y bajaba parecía cumplir el ritual de un relevo previamente acordado para justificar el rutinario ajetreo de la máquina. Carvalho subió de dos en dos los escalones de metal mellado y cariado para salir a una encrucijada de anchas calles embutidoras de camiones prepotentes y autobuses deshormados. Que se note tu fuerza. Vota comunista. Vota PSUC. El socialismo sí tiene soluciones. Contra el reformismo. Vota al Partido del Trabajo. Los carteles ocultaban insuficientemente muros de ladrillos prematuramente envejecidos y de rebozados apedazados. Sobre las vallas publicitarias la pulcritud rica de la propaganda gubernamental: El Centro cumple, como una propuesta de vacaciones pagadas. Y por encima de la artesanal propaganda militante, de la sofisticada propaganda de un gobierno de jóvenes leones con el pelo cortado a la navaja por un barbero de firma, cerca ya del cielo color de barato metal fundido, rótulos triunfales comunicaban: Está usted entrando en San Magín.”
(Manuel Vázquez Montalbán. Los mares del sur. p. 109-110)







8.3.10

DiCani&DiAltreAmenità

Amo correre, è una cosa che puoi fare contando sulle tue sole forze. Sui tuoi piedi, e sul coraggio dei tuoi polmoni.
(Jesse Owens)




"Cori Nano, cori."
A dover correre, rigorosamente con una r sola, è un incrocio tra un bassotto e chissà quale altro miscropico meticciato canino. Nano, mai nome fu più adatto, è il cane del fruttarolo del vicolo trasteverino dove ho vissuto per 5 anni e 4 mesi, in un palazzo dal portone verde a Vicolo del Buco (e mai indirizzo fu più adatto a descrivere le dimensioni di una casa).

Sotto le finestre del buco, dicevo, scorrazza il fruttarolo, ormai in pensione, e Nano.
Che Nano basta vederlo per capire che con quelle gambette corte e storte sarebbe incapace di corere anche se volesse. Ma il fruttarolo non molla, ci crede, "namo un po', forza, cori dai", il suo Nano gli sembra un levriero, un spirito leggiadro pronto a spiccare il volo, la reincarnazione di Jesse Owens. O forse, più probabilmente, non ha molto di meglio da fare che gridare "cori Nano, cori" tutto il giorno, tutti i giorni, dalle 8 del mattino fino al tramonto, senza eccezioni.

Per 5 anni e 4 mesi, ogni mattina, i miei risvegli sono stati scanditi dalle rumorose esternazioni del fruttarolo, e dalla pazienza di Nano che guarda immobile il suo padrone incitarlo ad improbabili attività ginniche. Tutto il giorno, tutti i giorni, dalle 8 del mattino fino al tramonto.
E dalla pazienza di tutti gli altri, 'che il fruttarolo ha un cane poco sportivo ma ha una voce possente, e tutta Vicolo del Buco e dintorni lo sente quando passa, e tutti si chiedono "ah fruttaro', ma 'sto Nano, secondo te, 'ndo voi che va?".
E chiedete a Nano, e alla sua santa pazienza, se non è così.

Il mio aereo parte domani alle 16.40. Dopodomani mi sveglierò a Barcellona. E ora, nella notte prima della corsa, mi chiedo chi accompagnerà adesso i miei risvegli spagnoli. Quali voci sentirò dalla strada? Vivrò in una casa silenziosa e dovrò riabituarmi alla quiete? O forse i vicini avranno un cane bassotto che cercheranno di far correre? Si chiamerà Nano?

Io intanto corro, con ben due r, Trastevere è già lontana, un buco nella memoria, e penso a cose strane. Alle vicende di Nano, che mi mancheranno, vai a capire perché. Mi mancheranno come i sanpietrini sbilenchi su cui romperti i tacchi, come il colore grigio-verde-muffa del Tevere, come gli insulti della gente nel traffico, come le commesse scortesi nei negozi, come il caos di questa città matta e rumorosa, dove non si corre mai ma dove inciampi sempre.

Come i vicoli minuscoli del centro che scopri un giorno per caso, come l'odore di pane che esce dai forni la notte, come la storia che suda da ogni pietra, come i prati verdissimi di Villa Pamphili e la casa dei miei, come le foglie sul lungotevere in autunno, come le colonie di gatti appoggiati sulla città con prepotenza, come i giri in motorino per le strade deserte quando le strade sono deserte, come i tavolini dei bar dove incontri i tuoi amici e ti dici sempre le stesse cose ma le stesse battute ti fanno ridere sempre.
Come i tramonti assurdi di questa città bellissima. La mia città.


Niente ricetta oggi. Solo il mio abbraccio e il mio grazie. Che devo dire grazie a un sacco di gente, ma coi discorsi tristi non sono brava io.
Che poi non è manco un discorso triste, che Nano è sempre lì che non core, che io vado solo dietro l'angolo (per altro contentissima), che le persone importanti corrono con tutte le r al posto giusto. Corrono con me. Che loro non mi mancheranno affatto, perché non le sto lasciando.
Ma questo, ecco, è un discorso che non so fare. 

Buone corse, ci sentiamo da dietro l'angolo.
CP


p.s. quello nella foto è il portone verde del Vicolo del Buco da dove per 5 anni e 4 mesi ho aspettato invano che Nano iniziasse a corere. La foto l'ho scattata il giorno che mi sono chiusa quel portone alle spalle per l'ultima volta, e ho iniziato a correre.
Nano nella foto non c'è, ci sono i gatti del quartiere. Ma questa è un'altra storia.

26.2.10

ScatoleCraniche




Chi  vuol  muovere il  mondo, prima  muova  se  stesso. 
(Socrate)






Teorema del traslocatore felice (con speciale applicazione algebrica per chi cambia paese).

Premesso che:
1- la quantità di cose inutili accumulate è sempre superiore al numero di cose utili smarrite chissà dove.

2- la quantità di vestiti che non mettete più, non avete mai messo o, tristemente, non vi entrano più è sempre superiore alle pochissime cose che vi stanno davvero bene. Queste ultime sono in gran parte perse e/o danneggiate e/o irrimediabilmente fuori moda.

3- la quantità di libri che volete conservare per il giorno in cui avrete una casa tutta vostra con un'enorme libreria è inversamente proporzionale alla somma degli stipendi degli ultimi 10 anni. Minore, cioè, è la ricchezza accumulata, maggiore sarà la quantità di libri che non saprete mai dove mettere perché per acquistare la succitata casa tutta vostra con annessa enorme libreria ci vorrà una somma uguale o maggiore a 48,5 anni di stipendi, al quadrato.

4- la quantità di lettere d'amore, foto romantiche, bigliettini carichi di tenere promesse è sempre superiore al numero di persone che hanno mantenuto suddette promesse e/o al numero di persone le cui promesse vi interessa ricordare.

5- la quantità di cose importanti che andranno smarrite durante il trasloco è sempre superiore a quelle che riuscirete a mettere in salvo, e che poi comunque dimenticherete da qualche parte.


Date le premesse, si evince che la variabile trasloco T è la risultante di:

T = (q + c) - (s * m)

T è quindi uguale alla somma di quantità più caos meno lo spazio moltiplicato per la massa di oggetti.


Il teorema è perciò la dimostrazione empirica dell'assioma di Scatulus (matematico napoletano del 125 a.C.): "Nel dubbio, butta tutto".

Le cose davvero importanti non entrano in una scatola. Sono altrove, sono sempre con te. (Scatulus sarebbe stato d'accordo)



DOVE É FINITO QUEL COSO?
Pasta
Tutto il resto

Il traslocatore o, come nel mio caso, l'abbandonatore di suolo patrio munito solo di uno zainetto, è solito trascorrere in solitudine le ultime giornate nella casa che sta per abbandonare per sempre. Gli amici fanno sporadiche comparizioni, ti aiutano a spostare un ferma carte (che perderanno un minuto dopo) e poi spariscono al grido di "e che vuoi che sia, in fondo hai poca roba". Trascurato e confuso, il traslocatore solitario  cessa di fare la spesa almeno 5 giorni prima dell'abbandono del tetto, giorni in cui si dedica a svuotare la dispensa con furia, producendosi in improvvisazioni culinarie da brivido (de paura). Il traslocatore impara presto che la pasta rimasta è abbinabile praticamente a qualunque cosa, se non ti formalizzi troppo. A quel punto il traslocatore in genere deperisce, si deprime e, nel dubbio, butta tutto (anche la pasta).
Vi penso con amore. (chi mi allunga un tramezzino?)

P.S. per la rubrica "forse non tutti sanno che ma non gliene frega neanche niente", in inglese traslocare si dice "to move", che è ovviamente lo stesso verbo che si usa per dire muovere. 'Sti cavoli direte voi, e in effetti non è un granchè come scoperta. Però aggiungo che "to move on" vuol dire andare avanti, anche in senso figurato, voltare pagina. La parola inglese per trasloco richiama quindi il concetto di movimento, una processione in avanti. Sarà stupido, ma a me sembra bello.
Ora scusate devo andare, I'm moving.

Playlist in movimento
The Rolling Stones - I'm moving on
Jet - Move on

11.2.10

CiaoAmoreCiao

Mattino
Era necessario un addio, perché capissi,
che non c’è un addio per noi.
Per sempre porterò in me quest’alba
come segno di bruciatura.
Alzàti sul far del giorno,
partimmo verso l’aeroporto grigio
ed eravamo contenti, perché era così lontano.
La mia ultima parola fu un sorriso.
E sopra di noi sorgeva con l’addio
l’incontro vero e l’amore.

(Blaga Dimitrova)





Siete pronti, siete caldi? Anch’io.
Avete presente la fuga dei talenti? Ecco, mescolatela con la fuga da Alcatraz, aggiungete un pizzico di galline in fuga, spolverate con il punto di fuga e annaffiate con una fuga di notizie: et voilà, la ricetta della fuga dei cervelli (fritti), secondo CuocaPrecaria.

Che poi manco fuggo, altrimenti sembra che vado via senza pagare, una fuga all’inglese, una ritirata strategica. Non sto sgattaiolando dalla porta del retro, non dico scendo un attimo a comprare il giornale, non salto sul primo treno travestita da Roger Rabbit. Mi allontano con discreta eleganza, saluto agitando la manina, ascolto gli amici promettermi che sentiranno la mia mancanza, perdono i nemici, mi accomiato con gentilezza dai luoghi della mia quotidianità e a quel punto, se non serve altro, vado.

Che poi ho persino trovato un lavoro, roba da matti. Ragazzi, io nella vita di colloqui ne ho fatti: individuali, di gruppo, motivazionali, tecnici, improvvisati. Ho fatto colloqui in uffici, nei bar, al telefono, via mail. Ho fatto colloqui in cui mi hanno chiesto di raccontare barzellette, di fingermi amministratore delegato di un’azienda sull’orlo del fallimento e di improvvisare un piano di ristrutturazione, di raccontare di me in varie lingue, di dirgli come mi vedo tra 2 anni, tra 5, tra 10, tra 20. Ho illustrato i miei pregi e difetti con la malizia di un piazzista di enciclopedie, ho descritto le mie ambizioni con la calma strategica di un politico rivoluzionario attento però anche ai bisogni degli elettori più conservatori, ho sorriso empatica, stretto mani con assertiva dolcezza, aspettato risposte come una Penelope ottimista.
Ragazzi, io di colloqui ne ho fatti, ma mai così tanti e tutti insieme come per questo lavoro. Ho mandato la candidatura un anno fa, e in questi 12 mesi ci sono stati colloqui telefonici, prove scritte, test di personalità, interviste in sede durate ore… Una catarsi di colloqui che sembra organizzata da una divinità greca in vena di scherzi. La Nemesi del colloquiatore professionista.
Ma tant’è, alla fine mi hanno preso (e qui potete applaudire).
Ragion per cui, se non serve altro, vado.

Ma tranquilli, vado in Spagna, nel momento esatto in cui si grida alla fine del “miracolo spagnolo”. Con un tempismo degno dei più avveduti analisti finanziari, mi trasferisco in terra iberica quando questa rischia la bancarotta. Perfetto così, non ce la farei a vivere in un paese con un’economia stabile e fiorente, sai che noia.
Vado a Barcellona, una città bellissima, che ho sempre amato e dove ho sempre sognato di vivere (e qui potete commuovervi).
Mi trasferisco a breve, ma non mi scordo di voi. CocineraPrecaria continuerà dalla Spagna. Sono sempre io, solo dall'altro lato del Mediterraneo.
Ora, se non serve altro, vado.


CERVELLI FRITTI (E IN FUGA)

Ecco, qui ci vorrebbe la ricetta del cervello fritto. Ma io il cervello fritto non l’ho mai cucinato, mi sono limitata a mangiarlo qualche volta, e, se non ti soffermi troppo a pensare che stai masticando i neuroni di una mucca ciclotimica, mi è anche piaciuto. A senso direi che ci si procura del cervello di vitello, lo si manipola in qualche maniera splatter, si infarina, si passa nell’uovo sbattuto e poi si frigge.
Ma direi che lascio a voi la graziosa incombenza.
Io, se non serve altro, vado.

La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare.
Guardare ogni giorno
se piove o c'e' il sole,
per saper se domani
si vive o si muore
e un bel giorno dire basta e andare via.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.



Playlist fuggevole
Luigi Tenco – Ciao amore ciao


23.1.10

EroiFlessibili









La contemplazione è un lusso, l'azione una necessità. 
(Henri Bergson)









La flessibilità è una cosa positiva, tranne forse quando viene praticata a livelli agonistici. Come nel mio caso.

Prendiamo il 2009, per esempio, quando la vostra fino ad allora tranquilla e precaria lavoratrice della televisione inciampa nella crisi economica mondiale. Niente più contrattini, niente più programmi televisivi inutili su cui cincischiare e, soprattutto, niente più soldi. “E che sarà mai, basta inventarsi qualcos’altro”, proclama con studiato ottimismo la vostra fino ad allora tranquilla e precaria lavoratrice della televisione.
Il qualcos’altro è consistito in una costellazione di lavori, i più variegati, i più strani, spesso anche i più inutili. Come un Clark Kent del precariato, ho infilato un mantello rosso e ho piroettato nei cieli per salvare l’umanità e il mio conto in banca. Come un mister Fantastic, mi sono allungata in territori sconosciuti usando le mie elastiche competenze. Talmente elastiche che ora potrei diventare docente di ruolo nel corso di laurea di Teorie e Tecniche del Multitasking Acrobatico. 

Nel 2009 quindi la vostra fino ad allora tranquilla e precaria lavoratrice della televisione ha rivestito i panni di, in ordine sparso: traduttrice per improbabili siti web, addetta accrediti stampa, cultore della materia per esami universitari, promoter per agenzia di hostess, cuoca a domicilio, insegnante di inglese in una scuola di lingue, insegnate di inglese per lezioni private e, last but not least, telefonatrice - per due intensi giorni - in un call center outbound (al terzo giorno ho capito che c’era un limite a tutto, anche alla sfiga). Ah, una sera ad Albenga, non chiedetemi come, mi sono persino ritrovata a calcare un palcoscenico leggendo poesie in inglese tratte dall’antologia di Spoon River. 
Se cercate il mio nome su google ora appaio come attrice. Ma in effetti ci vuole un certo istrionismo per riciclarsi così bene in ogni ruolo possibile.

Nel 2009 mi mancava solo di candidarmi a premier e di far partorire una donna in ascensore, per il resto ho ricoperto praticamente tutte le mansioni esistenti.
Nel 2009 se qualcuno mi chiedeva “che lavoro fai?” mi fingevo straniera, sorridevo con aria svanita e domandavo candida “per piassa Navouna, essere queste diressioune ciusta?” prima di sparire per sempre nella nebbia.
Nel 2009 se incrociavo uno specchio fissavo l'immagine incuriosita e chiedevo alla tipa dall’altra parte “ma io e te ci conosciamo?”, ottenendo come risposta lo stesso sguardo perplesso. A quel punto bofonchiavamo entrambe uno “scusami, devo averti confusa con qualcun altro” e ci voltavamo le spalle imbarazzate.

Ora grazie al cielo il 2009 è finito, la crisi c’è ancora ma accenna, timidamente, a migliorare e io comincio un po’ a rilassarmi. Certo, una volta innescata la miccia del Multitasking Acrobatico è difficile ritirarsi dalle scene, bisogna farlo gradatamente. Il pubblico sentirebbe la tua mancanza se sparisci troppo all’improvviso. Per non lasciare orfano nessuno, quindi, giovedì scorso ho fatto esami all’università, venerdì ho dato lezioni private di inglese e oggi ho lavorato come promoter. Non ci facciamo mancare niente qui.
La vita del supereroe è stancante, devo dire. Ma durante il mio lunghissimo 2009 ogni tanto mi davo una pacca sulla spalla, pat pat, e mormoravo: “brava, potranno accusarti di tutto ma certo non potranno dirti che sei poco flessibile”.
Ora però vorrei appendere il mantello al chiodo e riposarmi un po’. Se non serve altro, io andrei.

Oggi ho incrociato di nuovo la tipa dello specchio. Ha l’aria stanca ma ha la faccia simpatica.
Ci siamo sorrise, mi sembra un buon inizio.


VODKA E KRYPTONITE
Vodka
Liquirizia pura in polvere

Tra le altre cose, nel 2009 una volta mi sono travestita da tipa-che-lavora-nella-ristorazione-chic per accompagnare un’amica all’inaugurazione chic dell’aperitivo chic di un albergo chic. In pratica ero un’imbucata, ma molto chic. Tra i vari finger food inutili che propinavano, mi rimase impressa una degustazione di vodka accompagnata da liquirizia pura. Pensai che per continuare con la mia vita stressante da super eroe sarei dovuta diventare un’alcolizzata, magari in versione chic; almeno trovavo il modo di distrarmi dai miei 438 lavori. Ancora non sono diventata alcolizzata (per quanto mi impegni) ma lo shot super chic di vodka e liquirizia voglio provare a riprodurlo, direi che quanto meno me lo sono meritato.
Semplicemente si faceva una striscia con la liquirizia in polvere, ci si muniva di cannuccia e si aspirava la liquirizia con la bocca. Subito dopo si beveva un bicchierino di vodka ghiacciata. Era un sapore freschissimo, come essere buttati nudi in una montagna di neve. Come raggomitolarsi sul divano dopo una giornata stancante. Come sorridere al tuo super eroe e concedergli un giorno di libertà. Come un pat pat sulla spalla, e nemmeno un rimpianto.


(…)
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato -
e un ridere rauco e tanti ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

(Il suonatore Jones, dall’antologia di Spoon River – Traduzione F. Pivano)

18.1.10

CalendarGirl








Un giorno il tempo racconterà tutto ai posteri: è un grande chiacchierone e per parlare non aspetta neanche di essere interrogato. 
(Euripide)











Gennaio zoppica tra freddo e pioggia. È un mese noioso, non mantiene le promesse dei capodanni più spumeggianti e arranca nella stanchezza delle novità che tardano ad arrivare. Scontroso come il vento, gennaio ti lascia solo, ad aspettare la primavera.
Non ho mai aspettato così a lungo, così tante cose. Aspettare è un arte, di non sempre facile utilizzo.
Non ho molto da dire se non quello che dici quando aspetti, perle di saggezza che qualunque anziana signora in fila alla fermata dell’autobus conosce. Eh già già, così è la vita.
Bisogna portare pazienza, anzi indossarla come un gioiello, un vecchio anello che non passa mai di moda.
Bisogna sorridere anche, ogni tanto: aiuta nell’attesa.
Sperare, quello va sempre bene.
Crederci, anche.
Illudersi perché no, è un po’ come sognare.
Distrarsi, pensare ad altro, anche a niente.
Uscire, osservare gli altri: tutti hanno qualcosa da aspettare.

Il tempo è galantuomo, uno dei pochi rimasti sulla piazza. Lui provvederà. Altre parole non ne ho, sono come gennaio, mi sono persa tra qualche promessa e un bicchiere di champagne. Ma torno presto. Possibilmente, prima della primavera.



QUE SERÀ SERÀ
Fragole
Champagne

Le fragole non sono di stagione e lo champagne non è roba da precari. Ma chissenefrega, un brindisi all’attesa io lo faccio lo stesso, magari con birra e noccioline, ma brindo. Che altrimenti cincinniamo solo a capodanno e negli altri 364 giorni ci dimentichiamo di sperare, di aspettare, di vedere un futuro che ancora non c’è. 

Il futuro invece arriva presto. Salute.

Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni.  

(Eleanor Roosevelt)

Playlist futurista
Doris Day – Que serà serà

12.1.10

VerdeQueTeQuieroVerde


Verde che ti voglio verde.
Verde vento. Verdi rami.
La barca sul mare
e il cavallo sulla montagna.
Con l’ombra nella cintura
lei sogna sul suo balcone
verde carne, capelli verdi,
con occhi di freddo argento.
Verde che ti voglio verde.
Sotto la luna gitana,
le cose la stanno guardando
e lei non le può guardare.
(…)

Federico García Lorca



Il nuovo anno è iniziato, anche il nuovo decennio. È tutta una novità da queste parti.

Il Tevere sale e scende con le piogge a ritmo dance, e Roma è verde e puzzolente. Ma la gente osserva il fiume rapita: come tanti aspiranti suicidi o poeti dilettanti, la città è sul ponte a guardare la marea marcia che avanza, danza, si muove, straripa, cambia idea. Comunque, anche se rancida, è un’esplosione di natura alla quale non siamo più abituati. E ci fermiamo tutti lì, storditi, sul ponte. Il Tevere ha un suo fascino inquinato, una violenza verde melma che ti cattura.

È bello, a modo suo. Roma è bella. Specie con questo sole assurdo dopo settimane di pioggia. Ti fa sentire un sopravvissuto. Ti viene da sorridere, cercare la telecamera e gridare: “grazie a tutti quelli che mi hanno televotato, sono ancora nel reality, sono ancora in gara”.


Io sono sempre in nomination, ma non mollo. Al massimo ballo, come il Tevere.



VERDE E BALLERINO

Piselli surgelati

1 cipolla

1 patata

Brodo vegetale

Burro o olio

Sale


In primavera useremo piselli freschi. Ora il Tevere balla, la marea avanza, il nuovo incombe e questa crema di piselli surgelati è un omaggio al verde, che in fondo vuol dire speranza anche quando è il verde di un fiume schizofrenico e inquinato.

In poco burro o olio faccio imbiondire la cipolla (o lo scalogno, più soft e per questo meno adatto ai fiumi italiani) e poi aggiungo la patata tagliata a tocchetti piccoli e ricopro con il brodo. Lascio cuocere un quarto d’ora circa e poi aggiungo i piselli (con queste dosi vanno bene 400-500 grammi) fatti scongelare. Cuocio ancora per 10 minuti, aggiungo il sale e poi trito con il minipimer, aggiungendo se necessario un po’ di brodo vegetale per rendere il tutto più cremoso. Ci sta bene un po’ di panna (da aggiungere insieme al brodo), ma non è fondamentale. Una volta impiattata la crema si può cospargere di striscioline di prosciutto crudo (o speck) fatte saltare in padella e/o di crostini di pane tostati e sminuzzati.

Verde che ti voglio verde. Che sia verde per tutti.


Playlist verdissima

Manzanita – Verde que te quiero verde


30.12.09

VersoSaturno


Non penso mai al futuro. Arriva così presto.

(Albert Einstein)


Ci siamo, il 2009 è pronto a rotolare in un cassetto impolverato insieme alle mutande rosse che userete a capodanno. E voi, lo so, vi starete già domandando come sarà il nuovo anno. Eccolo qui.


Il 2010 sarà l’anno più caldo di sempre, a sentire gli scienziati, e sarà l’anno peggiore per la vendita di auto. Andremo a piedi sotto un sole bollente. Ma sarà anche l’anno delle riforme, almeno così dice il nostro premier, e l’anno della Biodiversità (ma noi quella la celebriamo da anni, votando il nostro premier). Il mercato dei chip sarà in ripresa (contenti, eh?) e sarà l’anno degli eretici digitali, qualunque cosa siano. Sarà l’anno della tigre, dell’e-book e del cinema in 3D. Tecnologici quindi, pure nella giungla. Il 2010 sarà anche l’anno della svolta, dicono, ma non abbiamo capito quale.

Per gli arieti come me, e per i leoni e i sagittari, sarà l’anno di Saturno, contro. Ma pare che non sia così negativo: il buon vecchio Saturno aiuterebbe a chiudere vecchi cicli, e a sperimentare. Olè. I tori saranno rilassati e affascinanti, le vergini conosceranno le rivoluzioni dell’anima, i capricorni sperimenteranno nuove armonie, i gemelli saranno rimpinzati di amore, i bilancia saranno creativi, gli acquari instabili ma pieni di emozioni, i cancri sperimenteranno il successo, gli scorpioni saranno fortunati, i sagittari ottimisti e i pesci fluidi, spericolati e sorridenti.

Sarà poi l’anno della raccolta rifiuti porta a porta e del turismo verde. Speriamo davvero. Sarà l’anno europeo della lotta alla povertà ma sarà anche l’anno del Milan, che povero non è ma fa venire un po’ voglia di lottare (contro, come Saturno). Sarà il bicentenario della nascita di Chopin, quindi il 2010 è anche il suo anno. Mentre ascoltiamo un notturno del Maestro, ricordiamoci che sarà anche l'anno della lotta all'obesità, perciò piano col cotechino. Sarà l’anno della formazione e l’anno della Cina in Italia. Per comodità formativa suggerisco quindi un corso di cinese. Sarà l’anno del turchese, dovevo dirvelo. E sarà l’anno di Android, che non vi preoccupate non sono gli alieni ma è un sistema operativo targato Google per gli smartphone, cioè i cellulari intelligentissimi (e anche questo non potevo tacervelo). A proposito: il 2010 sarà l’anno dei micropagamenti con il cellulare, così stiamo comodi, ma sarà anche l’anno del lusso, che con i micropagamenti ha poco a che vedere.

Il 2010 insomma sarà l'anno di un sacco di cose, speriamo anche di qualcosa di giusto.


Per me il 2010 sarà l’anno del coraggio, della dolcezza, della forza. Sarà l’anno del sorriso, delle unghie laccate di rosso ciliegia e dei libri gialli. Del viola che chi l'ha detto che porta sfiga e dei ciclamini bianchi che non muoiono mai, anche se non hai il pollice verde. Degli amici veri, dei viaggi, dei cambiamenti. Della calma, della voglia, delle parole. Del radicchio, della mela e della musica. Del movimento, della luce, del mare.

Sarà l’anno dell’amore, come ogni anno, come sempre. Ogni anno è buono per amare un po’ di più.

Buon anno!


26.12.09

BuonTemponi


A questo mondo bisogna essere un po' troppo buoni, per esserlo abbastanza.
(Pierre de Marivaux)


E anche questo natale ce lo siamo tolto di torno. Ci manca solo capodanno e poi possiamo stare tranquilli fino ad almeno carnevale, senza obblighi mangerecci, festaioli o altrimenti gioviali.
Ancora qualche giorno e potremo smettere di augurare ogni bene a commesse, passanti, amici lontani, vicini di casa e baristi.
Ancora un piccolo sforzo e finalmente finiremo di distribuire baci come attori sul red carpet e di sorridere ecumenicamente come un Papa (prima di essere steso al tappeto).
Pochi giorni di pazienza e torneremo a mangiare meno di 14.500 calorie al giorno. È quasi fatta, dai.


Devo però fare una confessione: dopo 31 anni passati a bofonchiare di come mi deprimono le feste obbligatorie, allo scattare del trentaduesimo natale mi sono avviata al cenone del 24 trotterellando e colma di un’insolita allegria. Ed eccomi lì tutta contenta di sedermi a tavola con la famiglia, fare brindisi, ascoltare Julio Iglesias (mia madre è una fan sfegatata: non riusciamo ad avere un Natale senza “Se mi lasci non vale” neanche a pagare), mangiare salmone e scartare regali. Invecchiando divento morbida, mio malgrado. Buona, sorridente e inopinatamente ottimista. Mi sto quasi preoccupando.
Per la prima volta nella mia vita, poi, non ho recriminato sui regali, il che per me è un record, essendo sempre stata afflitta da una rara sindrome che prevede una perenne insoddisfazione per i doni incassati, come se il mondo non capisse che quello che volevo era altro. Cosa non si sa, ma il regalo ricevuto mi lasciava sempre insoddisfatta, incompresa e malmostosa. Ora invece apprezzo, capisco, mi sento capita. Scarto regali canticchiando la valigia sul letto è quella di un lungo viaggio e sorrido con aria ebete. Credo di essere vittima di una strana congiuntura astrale che prevede Giove in volemose bene in quadratura con Plutone peace&love e Venere che tutto ama e comprende in decima casa. Ho l’ascendente in cioccolato e il quadro astrale di Minnie. Mi faccio quasi paura.
Approfittatene finché dura. E regalatemi quel che volete.

SE NON MANGI NON VALE
500 grammi di ricotta
100 grammi di gocce di cioccolato
150 grammi di zucchero
4 cucchiai di farina
4 uova
scorza di 1 limone
1 pizzico di sale
2 cucchiaini di essenza di vaniglia

Poiché siamo in vena di dolcezza - e comunque fino al 7 gennaio non riusciamo a scendere dalla soglia delle 14.500 calorie giornaliere - contribuiamo a rendere questo mondo un posto migliore a colpi di ricotta, cioccolato e regali. La ricetta della torta la copiate da quella di Tulip, io come lei suggerisco di non aggiungere uvetta e propongo inoltre di aspettare almeno mezza giornata prima di mangiarla. È una di quelle torte che hanno bisogno di indugiare in frigo per dare il meglio di sè. Alcuni per rendere al massimo e diventare buoni devono attendere 32 anni. Altri non ci arrivano mai, ma gli vogliamo un po’ bene lo stesso - almeno finché dura la congiuntura astrale. Se la mettete in uno stampo di silicone viene lucida e bellissima, oltre che buona.
In quanto ai regali, un pensiero è per sempre (almeno finché non viene riciclato).
Meglio comunque riciclare un po’ di bontà, rimane in circolo e non offende il donatore.

Playlist non valida
Julio Iglesias – Se mi lasci non vale

23.12.09

C'èPostaPerLui



A very Merry Christmas
And a happy New Year
Let's hope it's a good one
Without any fear.
War is over, if you want it
War is over now.
(John Lennon)








Carissimo,
sono sempre io.

Come butta da quelle parti?
Qui il Natale non si sente più molto, se non fosse per il traffico, i regali inutili da comprare e da ricevere, la pubblicità dei pandori, il colon irritabile e quella vaga sensazione di stordimento che ti coglie alle cinque di pomeriggio, così, senza un perché.
E no, non siamo meno precari. Anzi. Quindi vedi che poi fa'.

Rendici anche un po’ più buoni, o se proprio non ci riesci almeno facci un po’ meno ipocriti, meno piccoli, meno stanchi. Ma anche meno politically correct, che palle. Dacci di nuovo la voglia di sorridere, ricordaci che è bello dire cose belle agli altri, non solo criticare. Insegnaci a farci più complimenti, anche quando pensiamo che siano ovvi. Non lo sono. Regalaci la capacità di ascoltare ma anche la voglia di raccontare. Invitaci a parlare con il cuore, ma non farci dimenticare la bellezza del silenzio. Portaci la voglia di viaggiare, fuori e dentro di noi. Dicci come coccolare gli amici e perdonare tutti gli altri. Mettici musica, facci ballare. Cucinaci cose buone. Riportaci le favole ma manda via gli orchi, le belle addormentate, i brutti troppo svegli, i re nudi, i cortigiani vestiti a festa, i draghi, i Suv, le mafie, i furbetti, l’ignoranza, la paura, la mediocrità e quasi tutto il palinsesto televisivo.

Queste sono le mie semplici richieste. Se non puoi esaudirle tranquillo, ma sappi che vengo su e ti buco le ruote della slitta.
E buon natale.

ROCK YOUR CHRISTMAS
Pandoro
Gelato
Cioccolato fondente (opzionale)

Senti Babbo dimenticavo, è proprio indispensabile il pandoro, non c’è un altro dolce tipico che possiamo mangiare? Come dici, hai un contratto di esclusiva con la Bauli?
Occhei, vada per il pandoro anche quest’anno. Ma almeno ci mettiamo dentro il gelato e lo vivacizziamo un po’, se non ti spiace.
Lavoro il gelato (nei gusti che preferisco, ma normalmente si usa crema e/o cioccolato) in una ciotola fino a renderlo cremoso. Taglio il pandoro a fette orizzontali e farcisco ogni fetta con il gelato. Ricompongo il tutto e lascio in freezer un paio d’ore. Al momento di servire posso accompagnare con cioccolato fondente fuso.
Sono 1000 calorie al grammo, ma per quanto mi riguarda non ho chiesto a Babbo Natale di essere più magra. Con la panza che si ritrova non vorrei offenderlo…
La guerra è finita, almeno per me, statemi bene.

Playlist la guerra è finita (se vuoi)
John Lennon - Happy Christmas (War Is Over)

13.12.09

PensavoFosseAmoreInveceEraUnoStage


Una donna è una donna fino al giorno in cui muore. Ma un uomo è un uomo solo finché ci riesce.
(Moms Mabley)



Si stava meglio quando si stava. In un modo qualunque, ma almeno si stava. Prendi gli anni 60, per esempio: i Beatles cantavano, si mangiava l’arrosto la domenica, si trovava un lavoro e ci si sposava. Noioso forse, borghese probabilmente, ma ah così rassicurante. Oggi John Lennon è morto, Paul Mccartney è impegnato a gestire le sue ex mogli, l’arrosto è fuori moda, il posto fisso è diventato mobilissimo e il matrimonio è ancora troppo borghese. Bisogna aggiornarsi.

La precarietà ha contagiato tutto, anche l’amore. Ci si molla e ci si prende con la stessa flessibilità con cui si licenzia un co.co.pro. Le coppie sono diventate a progetto, che non vuol dire un progetto di vita ma un rapporto di collaborazione a termine senza obbligo di preavviso in caso di recessione di una delle parti. Ci si mette insieme in formula stage, vediamo come va e in caso rinnoviamo per altri sei mesi.
Gli uomini nel frattempo sono in crisi come l’economia mondiale. Terrorizzati e tremebondi propongono a donne sempre più perplesse formule estemporanee di rapporto, perché la vita è lunga e non puoi mai sapere che succede domani. Se dopo svariati rinnovi di contratto la controparte timidamente suggerisce di passare almeno ad un tempo determinato con obbligo di preavviso, nicchiano, fingono strani malori, si iscrivono a un torneo di calcetto con allenamenti giornalieri e dopo poco spariscono, si smaterializzano con un sordo pof, lasciandoti un calzino sporco sotto il letto, il saggio storico che leggono da 3 anni sul comodino e un carica batterie del cellulare (che non è neanche compatibile con il tuo).
A volte poi si smaterializzano anche senza che la controparte proponga un passaggio di status. Semplicemente annusano l’aria come vecchi marinai prima della tempesta (ormonale), capiscono che lo stage va avanti da troppo e scompaiono per sempre nella nebbia prima che tu riesca a dire “ti noto strano ultimamente”.
Una volta conobbi un tipo che quando sentiva che una relazione stava diventando seria era colto da attacchi di panico. Te lo ritrovavi steso sul letto, cianotico, che si tastava il cuore convinto di avere un infarto, dimentico di essere un medico e quindi in grado di distinguere un attacco di cuore da una botta di ansia. Era seriamente convinto che sarebbe morto da un momento all’altro. È ancora vivo, state tranquilli. Solo, non fateci affidamento.
Altri sono meno fantasiosi, ma comunque esilaranti.
C’è l’innamorato cronico, quello che ti vede, rimane estasiato, ti chiede in sposa dopo 2 ore, giura che non si è mai sentito così prima e ti promette amore eterno fino a quando non vede un’altra, rimane estasiato e la chiede in sposa dopo un’ora e mezza (con l’allenamento i tempi si riducono).
C’è l’immancabile Peter Pan, un genere sempre in voga, che a 38 primavere suonate ancora non si sente pronto a impegnarsi, e alla sua paziente controparte che lo aspetta da anni dice “non sono sicuro di conoscerti ancora fino in fondo”. Be’ del resto, ogni essere umano è un mistero senza fine, come biasimarlo.
C’è lo scapolo impenitente, tra i 40 e i 50, brizzolato, con la moto, ogni anno un viaggio esotico, una manciata di tatuaggi, innamorato solo del suo cane e del suo lavoro, che ti sussurra “bambola il mio cuore è uno zingaro, ma forse con te potrei cambiare”. Bambola, lui non cambierà, fidati.
C’è l’intellettuale, occhiali di tartaruga, giacche di velluto, bicicletta, casa in centro storico arredata con studiata trasandatezza ed ore ad ascoltarlo mentre disserta di musica barocca, cinema polacco anni 40, politica economica cecena e whisky scozzese invecchiato 30 anni. “Il concetto di coppia è un invenzione borghese per tutelare lo status quo capitalistico” sentenzia al primo appuntamento, e se aspetti di fargli cambiare idea ti ritrovi come il whisky scozzese. Passa al vino novello e mollalo senza rimpianti.
Poi c’è l’indeciso, generalmente un precario anche lui, quello che “forse lascio tutto e apro un agriturismo, no ho deciso scrivo un libro, ma forse l’unica soluzione è andare all’estero” e intanto “non sono sicuro dei miei sentimenti, credo di provare qualcosa per te ma non so bene cos’è, forse ti amo ma forse no”. Ecco, forse no. Mandaci una cartolina dall’agriturismo all’estero dove scriverai il tuo libro.

Questi fidanzati precari di oggi vedono le donne come un orologio biologico ambulante, ne spiano il ticchettio da lontano e sentono, rabbrividendo, i rintocchi anche quando la portatrice sana di ovulo non è minimamente intenzionata a figliare con lui.
Portatrice che poi, c’è da dirlo, con gli anni si è parecchio incattivita. Insoddisfatta del lavoro, gira con branchi di amiche ridacchianti e ciniche, fa l’aria da dura, si inerpica su aggressivi tacchi a spillo e dall’alto dei suoi 15 centimetri di traballante autorità si diverte a terrorizzare gli uomini, che già non brillavano per coraggio, con frecciatine velenose, pistolotti spocchiosi e aria di superiorità. E poi si lamenta che lui non l’ha richiamata.
Dall’altra parte della barricata c’è la portatrice che si cimenta nel ruolo storico di crocerossina, cambia i tacchi per delle più rassicuranti ballerine, si dipinge un’aria di compassionevole indulgenza e, tutta miele e amore, si lancia all’arrembaggio del più impenitente dongiovanni al grido di “io ti cambierò” (o salverò, o convincerò). Le ci vogliono anni per capire quello che Mia Martini già cantava nel 1994: gli uomini non cambiano. Nel frattempo ha speso capitali dall’analista, le amiche non la sopportano più e non le rimane che inerpicarsi sui tacchi e procurarsi nuove amiche ciniche con cui sentenziare che gli uomini sono tutti uguali.

Gli uomini non sono tutti uguali. Ma sono tutti ugualmente confusi. E del resto neanch’io mi sento più troppo sicura.


SCUSA MA TI CHIAMO ARROSTO
Lonza di vitello
Arance
Vino bianco
Olio
Sale
Pepe

Dopo il crollo di tutte le certezze, non rimane che rispolverare il grande classico: l’arrosto all’arancia. Da cucinare di domenica per invitare a pranzo le amiche ciniche, gli amanti confusi, le crocerossine stanche, gli innamorati cronici e gli uomini in fuga. Un arrosto, dolcemente demodé, mette sempre d’accordo tutti. O almeno, non delude.
Lego la carne con lo spago e la faccio rosolare in una casseruola con l’olio caldo. Sfumo con il vino e quando sarà evaporato aggiungo le arance spremute, almeno 5 per un chilo di carne. Aggiungo sale e pepe e lascio cuocere a calore moderato per almeno un’ora e mezza. Volendo aggiungo la scorza delle arance tagliata a bastoncini. Servo con l’immancabile contorno di patate al forno e con De Andrè in sottofondo: perduto in novembre o col vento d'estate, io t' ho amato sempre, non t' ho amato mai, amore che vieni, amore che vai.


Playlist amabile
The Beatles – You really got a hold on me
Mia Martini – Gli uomini non cambiano
Fabrizio De Andrè – Amore che vieni, amore che vai

4.12.09

QuantoCePiaceDeChiacchiera'


Alla gente le chiacchiere non piacciono soltanto quando si parla di loro.
(Will Rogers)






"Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati."

Non è Geppetto mentre rimbrotta il suo burattino che ancora una volta si è fatto fregare dal gatto e la volpe. A parlare è il direttore generale della Luiss, pregando pubblicamente il figlio di cercare fuori dall'Italia quello che il suo, pur privilegiato, erede non potrà più trovare in patria.
Rispetto, meritocrazia, trasparenza.

Avremmo potuto parlare di molte cose in questi giorni.
Per esempio della esilarante proposta di Brunetta di inserire i compensi degli autori Rai nei titoli di coda dei programmi. Perchè la gente vuole trasparenza nel servizio pubblico, dicono. Occhei, ma allora per par condicio vorrei che a ogni intervento politico il telegiornale mettesse in sovraimpressione il guadagno mensile di un deputato, esclusi benefit. Oppure che la Rai, vicino al valore economico degli autori pubblicasse le paghe degli stagisti, così tanto per.

Oppure potevamo disquisire del No B-Day, che mentre diventava una sigla così oscura il tempo è passato e non ci si ricorda più bene contro cosa si doveva protestare. Va be', nel frattempo andiamo in piazza che poi il motivo ce lo ricorderemo lì, tanto un motivo c'è sempre. E no che io in piazza non ci vado, e io invece sì, e la Rai dice che non riprenderà la manifestazione, com'è come non è, e quanto ce piace de chiacchiera'. Intanto la sigla diventa sempre più oscura, e i motivi sempre meno chiari. Sarà il no Baffi Day, stop ai peli superflui e si scende in piazza coi rasoi? Oppure è il no Bimbi Day, meno marmocchi per tutti? Macchè, quì tutti giù a fare figli anche a 13 anni che la pillola abortiva non c'è. O forse sarà il no Bacio Day, che poi una cosa tira l'altra e se vogliamo salvare i nostri 13enni... Oppure è il No Barolo Day, una manifestazione promossa dalla Peroni per sostenere l'uso della birra sulle tavole italiane. Sì, mi sa che la sigla sta per no Barolo. In effetti non fa una piega. Salute.

Altrimenti potevamo discutere di paura, pare che gli italiani siano diventati terrorizzati un po' da tutto e secondo un recente sondaggio otto connazionali su dieci guardano all'immigrazione, soprattutto quella clandestina, con crescente timore. Pensano che gli immigrati siano il 23% della popolazione complessiva (mentre sono circa il 6%, la tua vicina non è magrebina, è solo un po' baffuta) e che siano più un problema che una risorsa. Ma intanto a raccogliere i pomodori o a spingere la carrozzella di nonno ci andassero loro, che noi ci abbiamo da lavora'.


E invece sto qui a raccontare di questa lettera sconfitta e preoccupata, scritta da un padre che potrebbe non preoccuparsi più di tanto, da uno che un aggancio al figlio lo troverebbe facilmente, tanto lo fanno tutti. E invece si preoccupa, e scrive cose così vere che ti rendono triste.
E sempre più figli guardano all'estero, a volte per scelta, a volte, la maggior parte, per necessità. O anche solo per la voglia di opportunità. Le famosi pari opportunità, dai noi diventate, chissà perchè e chissà quando, dispari. E ritira il dado.

8 italiani su 10 pensano che è tutta colpa dello straniero invasore, intanto gli altri inveiscono contro chi manifesta, quelli a loro volta protestano contro chi sta al governo, che a sua volta mugugna contro chi scrive i giornali, e così via.
E intanto, zittiti dal borbottio indistinto, in silenzio, invisibili, tanti figli preparano le valigie per tornare a fare quello che abbiamo sempre fatto (a parte protestare): emigrare.

Gli altri, semplicemente, chiacchierano.


A TUTTA BIRRA
Pollo a pezzi
Birra chiara
Olio
Aglio
Sale
Pepe

Se partecipate al No-BDay (inteso come Barolo, a questo punto è chiaro) dovete sapere che la birra potete berla o potete mangiarla, magari insieme al pollo. Tanto, a occhio, direi che in questo periodo di polli in giro ce n'è abbastanza per tutti.
Faccio rosolare il pollo in padella con l'aglio tritato e un filo d'olio. Poi aggiungo la birra fin quasi a ricoprire i pezzi di pollo, abbasso il fuoco e lascio cuocere con il coperchio una trentina di minuti, aggiungendo eventualmente altra birra durante la cottura se si dovesse asciugare troppo. Quando è quasi pronto aggiungo sale e pepe, alzo il fuoco per far restringere il sughetto e servo in tavola.

Il pollo alla birra piace a 6 italiani su 10, 2 su 10 protestano perchè rivogliono il Barolo e gli altri 2 sono parzialmente favorevoli alla ricetta, purchè il pollo sia italiano (e senza baffi).
Era giusto dirlo, io alla trasparenza ci tengo.


25.11.09

Monopolizzati




Alea iacta est.
(Giulio Cesare)










Potremmo parlare di un sacco di cose oggi. Per esempio:

  1. Della proposta di abolizione della pausa pranzo. Sinceramente non capisco il perché di tante polemiche. Prima di Natale un po’ di digiuno non può fare che bene. E invece state tutti lì a mugugnare: è il solito magna magna.
  2. Di processi abbreviati e di lunghe noie. Leggi ad personam e persone per la legge. Ma mi passa la fame a parlarne. Il che ci riporta al punto 1, ripassi dal via e peschi la Carta degli Imprevisti (e chissà che prima o poi tu non finisca sulla casella Prigione).
  3. Di precariato, che nel nostro Monopoli corrisponde alla casella Posteggio Gratuito. Rimani parcheggiato lì per almeno 3 turni, o 3 anni, o 3 vite. Mi è definitivamente passata la fame. Tiro il dado (knorr) e cerco di mandare in bancarotta la sfiga.


Invece non parleremo di niente, a Monopoli perdo sempre, e questo mi deprime un po’. Credo di non avere la stoffa del grande capitalista. Ma forse è un bene, che sennò comincio a costruire quartieri, televisioni, banche e ville in Sardegna. Poi mi candido in politica e mi tocca farmi leggi ad personam. Sai che fatica?

Rimango qui. Il dado è tratto, pesco la carta Probabilità.




SOLITA MINESTRA

Verdure

Dado

Acqua

Pastina o riso (facoltativi)

Olio

Sale

Pepe

Parmigiano


Mi sento un po’ male a darvi la ricetta del minestrone. E infatti non lo farò. La ricetta serviva solo ad utilizzare il nostro dado. Il minestrone è un piatto ad personam, ognuno ha il suo. E, come per i processi, non può essere abbreviato senza rinunciare alla qualità. Richiede tempo, pazienza e inventiva. Insomma richiede tutto quello che manca ora in Italia.

A chi ha tempo, buon appetito. Agli altri, ritirate il dado.


Playlist senza tempo

The Police – No time this time

The Verve – This time